“Ladies and gentlemen, welcome to Stockholm”

E così, sono finalmente giunta a Stoccolma.

Tramite un volo Norwegian decollato dall’Italia alle 13:00 del 24 Agosto, ho (ri)messo piede in terra svedese intorno alle 16:30. Tre ore prima della partenza, mi sono unita all’interminabile coda dietro al banco del check-in in quello che sembrava essere uno dei giorni più affollati di sempre. Immagino che molti stessero rientrando dalle vacanze, dato che da una semplice occhiata ci si poteva render conto di quanto stracolmo sarebbe stato il volo. Le mie aspettative non sono state deluse.

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Il tragitto in sé è stato molto tranquillo: sebbene le condizioni meteorologiche non fossero delle migliori, ci sono stati pochissimi momenti di turbolenza. Trovarsi qualcosa da fare per tre ore e mezza non è mai stata una delle mie attività preferite, ma qualsiasi prezzo è preferibile all’incubo che sono i voli di scalo. Così, ho cercato di ammazzare il tempo riprendendo uno di quei libri che leggo esclusivamente in volo, messaggiando con amici grazie al (finalmente funzionante) wi-fi offerto da Norwegian, e combattendo contro personaggi fittizi su un noto gioco da console. Momenti notevoli: il mio misero tentativo di comprare il pranzo sull’aereo fallito per via del mancato funzionamento di entrambe le mie carte di credito. Un inizio molto promettente, insomma.

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L’episodio ha incuriosito il passeggero seduto accanto a me, il quale s’è detto stupito dalla mia poca fortuna con il terminale POS. Anche lui italiano, emigrato in Svezia lo scorso inverno, si è dimostrato molto disponibile e disposto a dare una mano semmai fosse stato necessario. Pare che in passato avesse già vissuto a Stoccolma per tre anni, cosa facilmente intuibile dalla sua parlata svedese perfettamente fluida. Con una vaga vena di tristezza, mi ha confessato di aver svolto per molti anni in Italia il medesimo impiego che svolge tuttora in Svezia, senza però ricevere un briciolo del riconoscimento dimostrato invece dall’ambiente lavorativo svedese.

A questo punto, trovo necessario aprire una piccola parentesi: credo che nessun expat sia davvero felice di dover emigrare per questioni economiche. Allo stesso modo, sono abbastanza sicura del fatto che anche coloro che si trasferiscono per altre ragioni (o che comunque hanno una certa stabilità finanziaria) non facciano i salti di gioia nel sapere il proprio luogo d’origine in balìa di malaffare e pratiche controverse. Detto ciò, certamente la Svezia (né l'”estero”, come molti lo definiscono, come se si trattasse di un agglomerato senza distinzioni di sorta) non è l’Eldorado. Non lo è nessun paese, così come l’Italia non può essere etichettata negativamente sotto ogni aspetto in modo assoluto. Nel descrivere le caratteristiche positive della Svezia non intendo denigrare automaticamente l’Italia, né voglio dare ulteriore adito alla filosofia secondo cui qualsiasi paese straniero è sempre e comunque superiore all’Italia per il semplice fatto di essere “altro” rispetto ad essa (modo di pensare fin troppo comune fra i miei coetanei). Il mondo è un luogo complesso: inscriverlo in una visione tanto semplicistica non può che portare a spiacevoli sorprese. Ne consegue che emigrare senza alcuna cognizione di causa, seguendo ciecamente la scia del “all’estero è meglio!“, dà i risultati che bisogna aspettarsi dalle premesse fatte in precedenza. Chiusa parentesi.

Flygbussarna-Arlanda

L’atterraggio è avvenuto ad Arlanda, l’aeroporto principale di Stoccolma. Ad accogliermi ho trovato una temperatura di 17°C, nubi grigie e pioggia leggera, cosa che mi ha fatto ringraziare la me stessa del post precedente per la correzione dell’ultimo momento ai bagagli. Insieme al mio partner, ho poi lasciato Arlanda tramite uno dei bus della compagnia Flygbussarna (sicuramente uno dei collegamenti più economici fra Arlanda e la città: un biglietto costa circa 10€ contro i 280 SEK, circa 26€, dell’Arlanda Express e i prezzi ancor più alti dei taxi). Fin qui tutto bene, se non fosse per il fatto che siamo, in un qualche modo, saliti sul bus per la destinazione sbagliata: alla prima fermata utile, ci è quindi toccato scendere e prendere il tram. Ancora una volta, una delle mie carte di credito è stata rifiutata dal terminale dei biglietti, con mia immensa preoccupazione. Fortunatamente, l’altra carta mi ha permesso di completare la transazione senza problemi ulteriori e ho potuto, finalmente, raggiungere la mia destinazione.

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Per quanto riguarda gli eventi successivi, non c’è molto da dire. Ero già stata a Stoccolma diverse volte prima di trasferirmi definitivamente, quindi non ho fatto il classico giro del centro storico né tutte le altre tipiche attività turistiche. Ho voluto, invece, accertarmi immediatamente che la mia fosse stata semplice sfortuna e che fossi in grado di effettuare pagamenti al supermercato più vicino a casa, nonché presso vari negozi e locali. La buona notizia è che tutto sembra funzionare come si deve, quindi posso escludere danni fisici alle carte e altre ipotesi strettamente legate alla loro integrità. La cattiva è che non posso prevedere il verificarsi di nuovi problemi, dato che tutte le carte, a turno, sono state rifiutate nelle situazioni più disparate anche durante le mie visite precedenti.

Generalmente, dando per scontato che vi siano fondi sufficienti, tutte le carte del circuito Visa o Mastercard funzionano più o meno ovunque, ma, data la mia esperienza, pare ci sia sempre quella volta imprevedibile in cui la transazione non andrà a buon fine. Avere un metodo di pagamento alternativo risolve il problema il 90% delle volte, ma aprire un conto svedese è probabilmente la soluzione migliore. Per chi se lo stesse chiedendo, prelevare contanti qui a Stoccolma è una cattiva idea: di fatti, gli Svedesi odiano i contanti e alcuni esercizi non li accettano proprio, specialmente nelle grandi città.

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Ed eccoci al punto dolente: salvo eccezioni, per aprire un conto in banca in Svezia, così come per fare praticamente qualsiasi altra cosa, è necessario avere il codice fiscale svedese. Questa simpatica serie di cifre, altrimenti conosciuta come personnummer, è un codice identificativo assegnato dall’agenzia delle entrate svedese, Skatteverket. Avere un personnummer permette, fra le varie cose, di iscriversi ai corsi gratuiti di lingua svedese (SFI, Svenska För Invandrare), ma anche di iscriversi in palestra, di diventare membri dei programmi di sconti presso i vari esercizi commerciali, di usufruire dei servizi bibliotecari, di svolgere qualsiasi tipo di pratica burocratica… Insomma, probabilmente sono più rare le volte in cui non viene richiesto il personnummer che il contrario.

Di norma questo codice viene assegnato alla nascita, ma coloro che si trasferiscono in Svezia possono ottenerlo da Skatteverket in vari modi: quello più semplice è dimostrare di avere un contratto di lavoro della durata di almeno un anno; altrimenti, bisognerà provare di avere fondi sufficienti a mantenersi per un anno, congiuntamente ad un’assicurazione sanitaria onnicomprensiva; infine, si può ottenere il personnummer anche in qualità di studente o di coniuge/convivente/familiare di un/a cittadino/a svedese, premesso che la persona in questione dimostri di poter avere qualcun altro a carico. A grandi linee funziona così, ma per informazioni dettagliate è bene fare riferimento al sito ufficiale di Skatteverket.

In questo meraviglioso quadro burocratico, io non sono sicura della categoria in cui rientro. Ho, effettivamente, un contratto che potrei presentare a Skatteverket, ma si tratta di una situazione un po’ ambigua dato che prevede un periodo di formazione di tre mesi e, solo a Novembre, la firma di un contratto di lavoro vero e proprio per un impiego della durata di almeno un anno. Il contratto menziona anche un esame da sostenere dopo i tre mesi di formazione e, sebbene l’azienda mi abbia assicurato che si tratta di una mera formalità, non sono sicura che Skatteverket lo riterrà tale. Mal che vada, potrò comunque presentare una nuova richiesta di personnummer una volta firmato il contratto di lavoro vero e proprio, ma nel frattempo ho prenotato un appuntamento a Skatteverket per il prossimo venerdì. Dato il grado di frequenza nell’uso, preferirei ottenere il personnummer il prima possibile e credo che valga la pena provare a presentare il contratto di formazione di cui sono in possesso. Può darsi che sia sufficiente, chissà. Buona fortuna a me.

2 pensieri riguardo ““Ladies and gentlemen, welcome to Stockholm”

  1. Io non mi ritengo tra quelli che migrano per questioni economiche, la curiosità di vedere posti nuovi finora ha sempre prevalso e non sento quella nostalgia terribile per l’Italia che molti possono provare, anche se la capisco. Forse semplicemente non ho passato abbastanza tempo all’estero.
    Non mi sento ancora pronta per tornare, ma sarebbe bello pensare di poter trovare le stesse sicurezze, lavorative ed economiche, che ci sono altrove.

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    1. Esatto. Io ho passato circa un anno fuori dall’Italia ancor prima di lasciarla definitivamente e non ho davvero mai provato nostalgia nei confronti del paese in sé. Non l’ho fatto allora, né è qualcosa che sento adesso. Può darsi che anche nel mio caso sia troppo poco tempo per trarre conclusioni, però credo si tratti puramente di inclinazione personale. Sicuramente ho provato malinconia per la mancanza degli affetti che inevitabilmente mi sono lasciata dietro, ma è cosa ben diversa (magari prima o poi scriverò un post al riguardo, chissà).

      Il punto è che, indipendentemente dalle ragioni che portano chicchessia a migrare, ritengo estremamente semplicistico assumere un atteggiamento snob nei confronti dell’Italia e di chi rimane. Ho visto fin troppi expat ritenersi al di sopra dei comuni mortali in virtù della loro scelta, autoproclamandosi (ed atteggiandosi a mo’ di) “grandi espatriati” ad ogni rientro in Italia per le vacanze, prendendo in giro gli “scemi che rimangono” e che non vanno direttamente “all’estero”. Il tutto anche da parte di chi, nel suo paese adottivo, ha lavorato sì e no un mese in tutto e tira avanti esclusivamente grazie al contributo statale per la disoccupazione (senza nemmeno cercare un nuovo impiego). Quindi ormai ci tengo a precisare che gli elogi alla Svezia (e le eventuali critiche all’Italia) che inevitabilmente verranno fuori su questo blog non sono frutto di questo modo di pensare.

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