Insonnia

Stanotte non riesco a dormire.
Domani è il mio ultimo giorno presso l’azienda per cui ho lavorato nell’ultimo anno e mezzo e, per quanto mi infastidisca ammetterlo, la solita ansia è tornata a farsi viva sotto forma di irrequietezza e incapacità di staccare la spina.

E quindi adesso sono qui, rannicchiata in un angolo, a sfiorare la tastiera quanto più lievemente possibile per non svegliare il mio sambo che dorme in camera da letto.

Non so cos’è che mi prenda, a volte. Certo è che c’è ben poco di razionale.

È stata una mia decisione, quella di cambiare posto di lavoro. È sempre stato una sorta di tira e molla, un alternarsi di periodi in cui andare in ufficio sembrava una parte integrante (e tutto sommato piacevole) della mia giornata e altri in cui il solo pensiero di rifare tutto da capo il giorno dopo mi faceva venir voglia di seppellirmi sotto le coperte in eterno.

Alla fine, l’insoddisfazione ha avuto la meglio. Ho sempre avuto l’impressione che le premesse fossero sbagliate sin dal principio:

  • Il lavoro prospettatomi durante il colloquio è risultato essere aria fritta. Ovvero: sono stata assunta per via di determinate competenze che non ho mai avuto modo di utilizzare in modo soddisfacente. In altre parole, mi sono sentita raggirata e, nei mesi in cui avrei potuto imparare qualcosa di utile, ho dovuto invece lavorare su tecnologie estremamente di nicchia (e non in senso positivo) che non potrò mai utilizzare da nessun’altra parte. Non è mai bello sentire di star sprecando il proprio tempo;
  • Il colloquio in sé mi ha lasciato un retrogusto amaro. Mi sono sentita mediocre durante la prova tecnica e, in generale, ho sempre avuto l’impressione di essere capitata lì per puro errore. Certo, la sindrome dell’impostore esiste davvero e prima o poi tutti ci incappano, ma di certo non aiuta sapere di aver superato una selezione per pura fortuna;
  • Certe politiche aziendali erano davvero infelici. In particolare, l’essere “deumanizzata” e considerata esclusivamente come “risorsa” da spostare di qua e di là mi ha dato particolarmente fastidio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’esser stata spostata da un team all’altro con zero preavviso o coinvolgimento. Neanche a dirlo, un altro collega (veterano) a cui è toccata la stessa sorte ha mollato da lì a poco;
  • Voglia di vivere, saltami addosso! Mai unuscita fra colleghi anche solo per prendere un bicchiere d’acqua insieme, mai un qualcosa di vagamente sociale. Ho lavorato altrove qui a Stoccolma e ho conosciuto i colleghi del mio sambo, quindi so per certo che esistono realtà meno noiose. Ho anche provato a prendere l’iniziativa io stessa, ma ovviamente non si è mai riuscito a trovare il modo di far funzionare nulla. Mioddiocheppalle.

Perdonate la tirata, ma devo farmi venire sonno in un qualche modo.
Provo di nuovo a dormire e, appena possibile, aggiorno.

Un pensiero riguardo “Insonnia

  1. La mania del posto fisso è un po’ italiana. Dalle mie esperienze svedesi ho notato che è pressoché normale cambiare posto di lavoro per svilupparsi personalmente e professionalmente. Ci sono quelli che addirittura si licenziano in tronco, vivino in a-kassan un paio di mesi, e poi cercano un nuovo lavoro.
    Un altro mio amico (non italiano) invece si è posto l’obiettivo di fare almeno 4 nuovi colloqui all’anno (anche lui lavora nel settore IT, come senior). Anche se non cerca lavoro non vuole privarsi di eventuali opportunità o anche solamente capire come gira il mercato di lavoro. In 7 anni che lo conosco ha però cambiato lavoro solo una volta.

    Riguardo ai fatidici e famosi “afterwork” non ti posso che dar ragione. Ho sentito dalle storie più strampalate possibili (il capo che noleggia limousine e paga alcool a tutti per la serata) ai posti più esotici (hai presente la terrazza dell’Operan?) per la festa annuale!
    Secondo me hai avuto giusto un po’ di sfortuna. Spesso è anche la mentalità del posto di lavoro che influenza la volontà di afterwork. Non so come sia Solna, ma le aziende di Södermalm sono giudicate da tutti imbattibile!

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