AAA Cercasi autrice

Che fine ho fatto?

Non aggiorno da parecchio tempo e l’assenza si nota.

La verità è che ho provato diverse volte a scrivere qualcosa, e avevo persino portato un paio di post a buon punto. Alla fine, però, ho deciso di non pubblicarli.

Cercherò di farla il più breve possibile, perché so che non riuscirò a scrivere nient’altro se prima non affronto questo argomento.

Alla fine del 2020 (ironicamente due settimane dopo aver pubblicato questo post), mi è stata diagnosticata una malattia autoimmune cronica.
Sebbene, fino ad ora, la patologia in sé abbia compromesso la mia salute fisica solo in forma lieve, il dover fare i conti con il peso schiacchiante dei se, dei ma, e di tutti gli scenari orribili che la mia mente ama visitare nei momenti di debolezza, ha messo completamente in ginocchio la mia salute mentale.

In aggiunta a tutto questo, ho iniziato una (necessarissima) terapia a base di immunosoppressori, il che ha reso la situazione pandemia pesantissima. Da un giorno all’altro sono passata da “Faccio del mio meglio per non beccare il COVID-19, ma anche se dovessi prenderlo ho buone probabilità di uscirne indenne” a “Non posso permettermi minimamente di prendere il COVID-19 perché, oltre ad avere alte probabilità di uscirne male, l’infezione potrebbe dare motivo a quel che resta del mio sistema immunitario malato di fare ulteriori danni”.

Ho provato a scrivere della mia esperienza, perché ritengo che, in fin dei conti, anche queste siano cose che vale la pena raccontare. Tuttavia, arrivata ad un certo punto, non sono riuscita ad andare avanti perché i ricordi si sono fatti troppo personali e dolorosi.

Quindi, per ora, ho deciso che non ne scriverò.
L’unica cosa che mi sento di dire è che al momento sto abbastanza bene e sono seguita da specialisti/e e infermieri/e che hanno dimostrato una competenza e un’umanità incredibile (in barba a qualsiasi stereotipo sulla freddezza scandinava).

Questo è quanto. Spero che aver finalmente affrontato il proverbiale elephant in the room che aleggiava su questo blog da Novembre a questa parte possa contribuire ad un ritmo di post più frequente.

Cosa non mi piace dei rientri in Italia

Torno spesso in Italia durante le vacanze. Amo i luoghi in cui ho trascorso la mia vita prima del trasferimento a Stoccolma e lì ho una rete di affetti a cui mi sento legata in modo indissolubile.

Tuttavia, ci sono lati dei miei rientri in patria che mi fanno storcere il naso (e non poco). Vi confesso che molto spesso mi ritrovo a dover far buon viso a cattivo gioco per non rovinare il poco tempo che ho a disposizione.

Vediamo insieme le note dolenti più ricorrenti:

  • I voli con scali
    miniature of a planePrimi sulla lista e immediati “effetti collaterali” dei rientri in Italia, i voli con scali avranno sempre tutto il mio odio incondizionato. Allungano inutilmente un tragitto che, con volo diretto, durerebbe a malapena tre ore e mezza e, in generale, aumentano esponenzialmente la percezione della distanza fra Stoccolma e la mia città d’origine. Anche i problemi aumentano, e purtroppo non si tratta solo di un’impressione: di fatti, doppio volo significa doppia possibilità di cancellazione/ritardi, doppia possibilità di smarrimento dei bagagli, doppia perdita di tempo all’aeroporto e doppia possibilità di incorrere in qualsiasi altro inconveniente. Grrrr.
    ‌‌
  • I commenti inopportuni dei parenti ficcanasotalkingOvvero: la mancanza del concetto di privacy. Tutti si sentono in diritto di mettere bocca su questioni strettamente personali per il semplice fatto di avere un legame di sangue con te. Questa è, in assoluto, una delle cose più fastidiose e mette davvero a dura prova la mia pazienza.
    > “Non si parla ancora di matrimonio, eh?” – domanda postami letteralmente durante la primissima visita in Italia dopo il trasferimento, ovvero quattro mesi dopo l’inizio della convivenza con il mio sambo.
    > “E così però non posso crescermi i nipotini!” –  metodo infallibile per creare imbarazzo, dando per scontato che ci siano figli in programma. Soprattutto se non ce ne sono.
    > “Adesso convivete, però dovreste regolarizzare questa situazione il prima possibile…” – da notare la scelta del termine “regolarizzare”, come se si stesse parlando di un’attività clandestina e non della mia relazione sentimentale;
    > “Ma come fa il tuo ragazzo per i pasti, adesso che non ci sei tu?” – sembra incredibile, ma… sa cucinare anche lui. Bam. Scioccante.
    ‌‌
  • Mentalità ristretta e preconcetti medievali
    medieval-armor
    Questa va di pari passo con la precedente. Anzi, si potrebbe dire che ne sia la causa. Soprattutto in una famiglia di stampo ipercattolico come la mia, essere agnostica e compiere scelte fuori dagli schemi accettati dai più non è per niente facile.
    Secondo questa visione (per me) medievale del mondo, convivere con il proprio partner senza essere sposati implica una non-serietà della relazione a cui bisogna rimediare con un matrimonio (ovviamente religioso). Il fatto che si voglia aspettare di capire se effettivamente la coppia funzioni bene viene visto come un segno di sfiducia e insicurezza nei confronti della relazione, perché ovviamente tutti sanno che “sai subito se è quello giusto“, che le coppie sposate male assortite non esistono, e che gli asini volano.
    Allo stesso modo, una donna può solo essere veramente felice diventando madre, dato che il suo ruolo principale è quello di incubatrice e il fatto di essere una persona con sogni, preferenze, paure e aspirazioni proprie è un dettaglio irrilevante. L’uomo, dal canto suo, è fisiologicamente incapace di prendersi cura di sé, del luogo in cui vive e di compiere tutte quelle azioni quotidiane che nella società contemporanea definiremmo “essere un adulto autonomo e responsabile”. Ovviamente deve anche avere una fissazione maniacale per il sesso e avere lo stesso livello di autocontrollo di un automa programmato per l’inseminazione di massa. Non sia mai che si tratti di un individuo dalla personalità unica, non necessariamente riconducibile a fantomatici modelli universali.
    Ora, gli esempi appena citati scaturiscono da concetti saldamente radicati nella forma mentis dei più tradizionalisti. Di conseguenza, trovo davvero difficile parlare con loro del mio modo di vivere la vita o partecipare a qualsiasi altra discussione senza rimpiangere il progresso sociale in tema di diritti civili e parità di genere che la Svezia ha già raggiunto decenni fa. A dirla tutta, diventa difficile persino dire di essere diventata vegetariana o farsi vedere con un colore di capelli diverso dal solito.
    ‌‌
  • “Tutto il mondo è paese!”
    photo-1526778548025-fa2f459cd5c1

    Questa frase mi viene ripetuta costantemente, tanto che oramai mi sono rassegnata al fatto che ogni singolo rientro comprenderà, fra le altre cose, almeno una o due invocazioni del suddetto mantra ineluttabile. Per quella che ritengo essere ironia della sorte, i seguaci più arditi di questa filosofia sembrano essere perlopiù coloro i quali, il naso fuori di casa, davvero non l’hanno messo mai.
    Per carità: vi è certamente del vero nel sostenere che alcuni difetti siano parte della natura umana e, in quanto tali, comuni a qualsiasi popolo o nazione. Tuttavia, sopporto a fatica l’aria di sufficienza adornata dal classico sorriso beffardo di chi adopera questa frase con il palesissimo intento di denigrare qualsiasi altro luogo che non sia l’Italia e, al tempo stesso, insinuare una fantomatica superiorità della stessa.
    Ora, non sento di certo il bisogno di difendere la Svezia, soprattutto perché discutere con chi al massimo esce di casa per comprare il pane mi sembra piuttosto inutile. Eppure, questa frase continua a darmi fastidio e non posso fare a meno di leggervi una punta di invidia, quasi come se si gioisse delle disgrazie altrui per rassicurarsi del fatto che, dopotutto, l’essere bloccat* in un luogo che alimenta la propria insoddisfazione (per qualsiasi motivo: mancanza di lavoro o altro) sia l’alternativa migliore.
    Detto ciò, ci terrei a precisare che l’Italia non è necessariamente un luogo in cui è impossibile realizzarsi o sentirsi felici: semplicemente, il mio riferimento all’insoddisfazione nasce dal fatto che chi utilizza questa frase nella modalità da me descritta è anche la medesima persona che non fa altro che lamentarsi di quanto la propria vita faccia schifo per motivi direttamente riconducibili alla sua collocazione nel mondo.
    ‌‌
  • Andarsene è facile, i veri eroi sono quelli che rimangono

    photo-1568749675207-31a7966c48aa
    Tutte le medaglie dei veri eroi che rimangono.

    Altro grande classico caro alla medesima categoria di persone dell’esempio precedente. Anche in questo caso, si tratta di una critica (nemmeno troppo velata) nei confronti di chi ha lasciato l’Italia per trovare un impiego stabile o per seguire le proprie aspirazioni.
    Già, perché è davvero inaccettabile che qualcuno, resosi conto di voler una vita diversa, faccia qualcosa affinché ciò avvenga. Molto meglio, piuttosto, stagnare nella propria immobilità e tristezza, perché del resto non c’è niente di meglio che salvare il paese lavorando in nero e facendosi pagare in visibilità.
    Grazie tante, ma potete tenervi pure titoli e onorificenze: io ho una vita sola e voglio provare a viverla in modo dignitoso. Farò l’eroina quando saprò di poter fare anche solo una minima differenza, cosa che di certo non avverrà assecondando di proposito lo stesso circolo vizioso a monte del problema.
    Come nel caso di “tutto il mondo è paese“, si incolpa chi lascia l’Italia per dar sfogo alla propria frustrazione. Si tratta di una manifestazione pratica del famoso “mal comune, mezzo gaudio“, seppur all’inverso: constatare che realtà diverse sono ancora possibili crea un disagio talmente grande da causare l’immediato bisogno di sminuire i traguardi altrui e sopraelevare la propria posizione, rivestendola di una non meglio specificata nobiltà d’ideali (quando invece le motivazioni dietro la permanenza, forzata o meno che sia, sono tutt’altre – e non mi permetterei mai di giudicarle).
    Che poi, a dirla tutta, andarsene è tutt’altro che facile, ma chiunque abbia un minimo di esperienza nel campo lo sa già.

  • Mezzi pubblici: ritorno alla preistoriaphoto-1485852673666-dcbe2cbe5227Guardiamo in faccia la realtà: non tutti gli angoli del Bel Paese sono stati raggiunti da un sistema di trasporto pubblico efficiente. E quindi, a meno che si abbia a disposizione un’auto (e la si possa guidare), ogni singolo spostamento diventa improvvisamente un’impresa titanica. Attese a vuoto alle fermate degli autobus, ingorghi nel traffico e infinite missioni di ricerca delle tabelle con gli orari delle corse: decisamente qualcosa di cui non sento affatto nostalgia.
    ‌‌
  • Gente che aspetta l’ultimo momento per chiederti di uscire (e che si offende se non si riesce ad organizzarsi)
    clear glass with red sand grainerPrima che diventassi io l’espatriata, ho visto accadere la medesima cosa ad amici e parenti emigrati altrove, quindi la considero ormai una legge universale: ci sarà sempre quella persona che ti contatterà all’ultimo momento per chiederti se, per caso, hai modo di organizzare un’uscita insieme. Ora, questo va detto: fa sempre piacere che qualcuno voglia vederti, anche se dovesse trattarsi di qualcuno di inaspettato (parenti lontani ne abbiamo? Ma sì, dài, quelli che giurano di amarti come una figlia sebbene tu li abbia visti sì e no due volte in tutta la tua vita). Tuttavia, è importante ricordare che chi rientra in Italia per le vacanze ha, di norma, circa una cinquantina di persone da vedere ogni mezz’ora e solo pochi giorni a disposizione. Quindi, bisogna necessariamente contattare l’interessato/a per tempo, soprattutto se non si è nella cerchia di amici e parenti strettissimi che la persona in questione avrà certamente provveduto a contattare da sé. Davvero, non è per cattiveria o perché ci si è “montati/e la testa”: è semplicemente naturale che, dato il tempo limitato, si dia priorità alle persone più vicine. Questo non vuol dire che non si possa incontrare nessun altro, ma va da sé che mostrare interesse per tempo è indispensabile.
  • “Tu non c’eri…”
    photo-1504701954957-2010ec3bcec1
    …E quindi, automaticamente, non deve potermene importare nulla. O almeno questo è ciò che fin troppe persone sembrano pensare di chi è emigrato/a.
    Abitare lontano non ci impedisce di avere sentimenti: se una persona a cui siamo legati/e si ammala gravemente, se un amico/a soffre, se qualcosa di spiacevole accade a qualcuno a cui teniamo, stiamo male anche noi, e la distanza non fa altro che farci sentire impotenti, piuttosto che attutire il dolore.
    C’è poco da fare: non saremo lì a piangere con voi in sala rianimazione, non compiremo lo sforzo fisico e mentale di fare avanti e indietro dall’ospedale a tutte le ore del giorno, né potremo offrire fisicamente una spalla su cui piangere. Certo è che nessuno vuole prendersi “meriti”  per azioni che non sono state compiute, né gareggiare a chi sta più male. Ma ciò è ben diverso dal non soffrire affatto: passare la notte in bianco nel tentativo di rimandare quanto più possibile il risveglio senza quella persona cara è qualcosa che facciamo anche noi, insieme a tutti quegli altri “rituali” spiacevoli tipici di questo genere di circostanze. Tutto ciò che chiediamo è che i nostri sentimenti siano trattati con rispetto: non abbiamo bisogno che tu, parente di milionesimo grado, ci faccia il riassunto degli sforzi che nostro fratello ha compiuto durante il coma di nostra madre, come se venissimo da Marte o avessimo vissuto in un bunker senza contatti con il mondo esterno.
    > “[Persona X] è stata grandissima durante quel periodo” – senza ombra di dubbio, ma grazie mille per avermene parlato come se io invece non me ne sia interessata per nulla. Davvero, non capisco quale sia l’intento di commenti del genere: se l’obiettivo è elogiare qualcuno, allora sarebbe meglio parlarne direttamente con la persona in questione, perché invece raccontarlo a me, che per forza di cose non potevo essere fisicamente presente (lavoro? Numero limitato di permessi? Qualcuno ne ha mai sentito parlare?), ha la subdola implicazione di un’assenza voluta nel momento del bisogno, cosa che non potrebbe essere più lontana dalla realtà. Se poi questo dovesse essere il messaggio principale… Be’, non basterebbe il resto della mia vita per trovare un modo sufficientemente esaustivo per mandarvi a quel paese.

Mi fermo qui. Aggiungereste o modifichereste qualcosa?