Osservando la vita da lontano ai tempi del Coronavirus

Che ve lo dico a fare?

Nessuno poteva aspettarsi che il 2020 ci costringesse tutti in quarantena.
C’è sempre un che di tristemente esilarante nel guardare nuovamente i video dei conti alla rovescia della notte di Capodanno, sapendo a cosa si andava incontro.

Ci sarebbe tanto da dire al riguardo: dalla strategia adottata dal governo svedese a come la gente comune affronti la pandemia nella vita di tutti i giorni, dalla penuria di carta igienica sugli scaffali del supermercato alle domande che mi arrivano imperterrite dall’Italia sul perché qui si possa uscire di casa così liberamente.

E io, davvero, so che dovrei parlarne, ma la verità è che non ne ho affatto voglia. Non guardo molta TV a casa, ma ogni volta che do uno sguardo ai social vengo travolta da uno tsunami di articoli, opinioni, mezze verità e titoli clickbait che non lasciano scampo.  Normalmente mi ritengo dotata di sufficiente giudizio critico da formare un’opinione salda, ma questo perpetuo rimbalzare di pseudo-fatti, smentite e sproloqui vari mi ha invece convinta che la cosa migliore da fare sia serrare la bocca e lasciare che la comunità scientifica e i suoi rappresentanti in ogni paese si esprimano senza il mio ausilio ignorante.

E quindi di che parliamo? Dato che non posso magicamente estromettermi dalla società, e dato che la suddetta società non può fare a meno di essere coinvolta dal Coronavirus, ne parliamo lo stesso. Ma: senza formulare giudizi di sorta e lasciando la laurea in epidemiologia rilasciata dall’Università della Vita (qui meglio conosciuta come livets hårda skola) nel cassetto. Fermo restando che qualsiasi fatto riportato qui è puramente aneddotico (e quindi di valore non assoluto, non universale e non scientifico), mi limiterò a parlare delle mie vicende personali.

Non ricordo più la data esatta, ma un bel giorno alla fine della seconda o terza settimana di Marzo il mio datore di lavoro ha comunicato a tutti noi dipendenti che, a partire dal giorno seguente, avremmo dovuto lavorare da casa. “Poco male“, ho pensato io, dato che posso tranquillamente fare la sviluppatrice di software anche da casa. Peccato che, essendo lì solo da una manciata di giorni, fossi oggettivamente la persona meno esperta dell’intera azienda e non essere fisicamente nella stessa stanza dei miei colleghi rendesse l’onboarding improvvisamente molto più complicato. Ciononostante, tutto è filato liscio fino ad ora: la nuova azienda mi piace molto e lavorare con i miei colleghi è davvero un piacere. Niente a che vedere con quel cumulo di tristezza presso cui lavoravo prima a Solna. Insomma, un miglioramento sotto tutti i punti di vista.

Però…

Ovviamente sarebbe noioso se andasse sempre tutto bene, quindi grazie alla situazione di incertezza creata dal Coronavirus, il mio capo ha iniziato a farsi paranoie sempre maggiori sul futuro dell’azienda e sulle misure da adottare per “fare in modo di uscirne nella forma migliore possibile” (cit.). Il tono dei suoi live stream è passato dallo spensierato “NOI FACCIAMO COSE SU INTERNET QUINDI SIAMO INTOCCABILI” al lugubre “L’INCERTEZZA SPAVENTA LE BANCHE DAI CUI PRESTITI NOI DIPENDIAMO, QUINDI POTREMMO DOVER METTERE IN ESUBERO UN PO’ DI PERSONE PER RISPARMIARE“. Ed eccoci qui.

Al momento ho ancora un posto di lavoro, ma essere avvisata di una futura sessione di aggiornamento con il mio capo equivale ormai alle mie orecchie al gracchiare degli uccelli del malaugurio. Finora sono sempre stata in grado di tirare un sospiro di sollievo alla fine di ogni comunicazione, ma non tutti sono stati così fortunati: circa un’ottantina di colleghi è stata costretta a levare le tende e so di conoscenti (che lavoravano per aziende diverse sempre qui nell’area di Stoccolma) i quali si sono ritrovati disoccupati da un giorno all’altro per via del virus. Una di loro lavorava per un’azienda di monopattini elettrici (quindi, vabbe’, non esattamente il massimo della stabilità lavorativa), mentre l’altro è un ex collega che lavorava come sviluppatore con me a Solna (posizione di norma molto ricercata e con cui è difficile trovarsi a casa a far nulla). Neanche a dirlo, la cosa non sembra promettere per niente bene, dato che, indipendentemente dal proprio settore, sembra ci si possa ritrovare improvvisamente senza lavoro.

Tuttavia, mi sono ripromessa di non arrovellarmi troppo sulla questione: certe situazioni sono fuori dalla mia sfera di controllo e l’unica cosa che posso fare è cercare di limitare eventuali danni. Il risvolto concreto di questa filosofia è stato l’iscrivermi ad A-Kassa, che è una sorta di assicurazione contro la disoccupazione. Esistono diverse a-kassor in Svezia, gestite dai sindacati e adatte a diversi tipi di settore e impiego. Ho trovato quella più adatta a me su Sveriges A-Kassor e, adesso che sono iscritta, pagherò l’equivalente di una decina di euro al mese per garantirmi un qualche tipo di reddito sufficiente in caso di licenziamento.

Lasciando da parte le questioni lavorative, la mia vita quotidiana non ha subito grandissime ripercussioni. È vero che il paese non è in lockdown e non vige alcun divieto di uscire, ma, complice il dover lavorare da casa, io e il mio sambo ci muoviamo davvero pochissimo, giusto quelle rare volte per fare la spesa al supermercato (situato, tra l’altro, a un tiro di sasso dalla nostra abitazione) o per sgranchirci le gambe intorno al nostro isolato.

Al contrario di molte persone, magari cresciute al centro di grandi città in cui tutto è raggiungibile tramite mezzi pubblici o semplicemente camminando, ho trascorso una grandissima parte della mia vita pre-Svezia in uno stato pressoché uguale a quello attuale, se non addirittura più limitato. In Italia, ho sempre vissuto in un paesino sperduto in cui non era possibile muoversi senza l’ausilio di un’automobile. Nonostante abbia preso la patente non appena finito il liceo, non l’ho mai davvero utilizzata (dal momento che non potevo permettermi un’auto mia) e l’idea di guidare in sé non mi ha mai davvero fatto impazzire. Potendo, quindi, uscire di casa solo quando erano altri a guidare, la mia routine era formata principalmente da attività compatibili con la mia vita casalinga.

Ora, quel tipo di situazione non era esattamente il massimo delle mie aspirazioni ed averla abbandonata in favore della possibilità di spostarmi a mio piacimento è qualcosa che ripeterei infinite volte. Detto ciò, è comunque vero che l’attuale situazione ha molto in comune con quei tempi di “clausura”, quindi non la vivo davvero come un cambiamento drastico. Semmai, provo un vago senso di delusione al pensiero di star vivendo esattamente come allora, come se fossi tornata indietro. A parte la tristezza del non poter fare alcun tipo di progetto futuro, pur sapendo che si tratta di una condizione temporanea, la situazione non ha nulla di nuovo e, in un modo o nell’altro, me la faccio andar bene.

Ciò che trovo più difficile da digerire è l’osservare me stessa in questa situazione di “vita in pausa”, per così dire, e vedermi rimandare attività che sarebbero in verità del tutto fattibili. Giusto per fare un esempio, a Gennaio ho stilato la classica lista di buoni propositi per l’anno nuovo e queste erano alcune delle mie ambizioni:

  • Fare più esercizio fisico;
  • Pianificare con maggior anticipo e dettagli i progetti che lo richiedono;
  • Viaggiare di più;
  • Mangiare in modo più salutare;
  • Frequentare nuovi corsi di Svedese per raggiungere il livello B2;

Va da sé che alcuni di questi obiettivi non sono raggiungibili (né lo saranno per il resto dell’anno) per forza di cose, ma iscrivermi a nuovi corsi di Svedese, tanto per fare un esempio, non è certo impossibile. L’unica “scocciatura” è doversi far andar bene le lezioni online, che sarebbero comunque meglio di niente. E l’esercizio fisico potrei farlo a casa, o presso la palestra che si trova letteralmente all’interno dello stesso palazzo in cui vivo. Insomma, ci sarebbero modi di far qualcosa, senza ombra di dubbio, ma a mancare è la voglia. Spero che l’estate riporti un po’ di vitalità.