Osservando la vita da lontano ai tempi del Coronavirus

Che ve lo dico a fare?

Nessuno poteva aspettarsi che il 2020 ci costringesse tutti in quarantena.
C’è sempre un che di tristemente esilarante nel guardare nuovamente i video dei conti alla rovescia della notte di Capodanno, sapendo a cosa si andava incontro.

Ci sarebbe tanto da dire al riguardo: dalla strategia adottata dal governo svedese a come la gente comune affronti la pandemia nella vita di tutti i giorni, dalla penuria di carta igienica sugli scaffali del supermercato alle domande che mi arrivano imperterrite dall’Italia sul perché qui si possa uscire di casa così liberamente.

E io, davvero, so che dovrei parlarne, ma la verità è che non ne ho affatto voglia. Non guardo molta TV a casa, ma ogni volta che do uno sguardo ai social vengo travolta da uno tsunami di articoli, opinioni, mezze verità e titoli clickbait che non lasciano scampo.  Normalmente mi ritengo dotata di sufficiente giudizio critico da formare un’opinione salda, ma questo perpetuo rimbalzare di pseudo-fatti, smentite e sproloqui vari mi ha invece convinta che la cosa migliore da fare sia serrare la bocca e lasciare che la comunità scientifica e i suoi rappresentanti in ogni paese si esprimano senza il mio ausilio ignorante.

E quindi di che parliamo? Dato che non posso magicamente estromettermi dalla società, e dato che la suddetta società non può fare a meno di essere coinvolta dal Coronavirus, ne parliamo lo stesso. Ma: senza formulare giudizi di sorta e lasciando la laurea in epidemiologia rilasciata dall’Università della Vita (qui meglio conosciuta come livets hårda skola) nel cassetto. Fermo restando che qualsiasi fatto riportato qui è puramente aneddotico (e quindi di valore non assoluto, non universale e non scientifico), mi limiterò a parlare delle mie vicende personali.

Non ricordo più la data esatta, ma un bel giorno alla fine della seconda o terza settimana di Marzo il mio datore di lavoro ha comunicato a tutti noi dipendenti che, a partire dal giorno seguente, avremmo dovuto lavorare da casa. “Poco male“, ho pensato io, dato che posso tranquillamente fare la sviluppatrice di software anche da casa. Peccato che, essendo lì solo da una manciata di giorni, fossi oggettivamente la persona meno esperta dell’intera azienda e non essere fisicamente nella stessa stanza dei miei colleghi rendesse l’onboarding improvvisamente molto più complicato. Ciononostante, tutto è filato liscio fino ad ora: la nuova azienda mi piace molto e lavorare con i miei colleghi è davvero un piacere. Niente a che vedere con quel cumulo di tristezza presso cui lavoravo prima a Solna. Insomma, un miglioramento sotto tutti i punti di vista.

Però…

Ovviamente sarebbe noioso se andasse sempre tutto bene, quindi grazie alla situazione di incertezza creata dal Coronavirus, il mio capo ha iniziato a farsi paranoie sempre maggiori sul futuro dell’azienda e sulle misure da adottare per “fare in modo di uscirne nella forma migliore possibile” (cit.). Il tono dei suoi live stream è passato dallo spensierato “NOI FACCIAMO COSE SU INTERNET QUINDI SIAMO INTOCCABILI” al lugubre “L’INCERTEZZA SPAVENTA LE BANCHE DAI CUI PRESTITI NOI DIPENDIAMO, QUINDI POTREMMO DOVER METTERE IN ESUBERO UN PO’ DI PERSONE PER RISPARMIARE“. Ed eccoci qui.

Al momento ho ancora un posto di lavoro, ma essere avvisata di una futura sessione di aggiornamento con il mio capo equivale ormai alle mie orecchie al gracchiare degli uccelli del malaugurio. Finora sono sempre stata in grado di tirare un sospiro di sollievo alla fine di ogni comunicazione, ma non tutti sono stati così fortunati: circa un’ottantina di colleghi è stata costretta a levare le tende e so di conoscenti (che lavoravano per aziende diverse sempre qui nell’area di Stoccolma) i quali si sono ritrovati disoccupati da un giorno all’altro per via del virus. Una di loro lavorava per un’azienda di monopattini elettrici (quindi, vabbe’, non esattamente il massimo della stabilità lavorativa), mentre l’altro è un ex collega che lavorava come sviluppatore con me a Solna (posizione di norma molto ricercata e con cui è difficile trovarsi a casa a far nulla). Neanche a dirlo, la cosa non sembra promettere per niente bene, dato che, indipendentemente dal proprio settore, sembra ci si possa ritrovare improvvisamente senza lavoro.

Tuttavia, mi sono ripromessa di non arrovellarmi troppo sulla questione: certe situazioni sono fuori dalla mia sfera di controllo e l’unica cosa che posso fare è cercare di limitare eventuali danni. Il risvolto concreto di questa filosofia è stato l’iscrivermi ad A-Kassa, che è una sorta di assicurazione contro la disoccupazione. Esistono diverse a-kassor in Svezia, gestite dai sindacati e adatte a diversi tipi di settore e impiego. Ho trovato quella più adatta a me su Sveriges A-Kassor e, adesso che sono iscritta, pagherò l’equivalente di una decina di euro al mese per garantirmi un qualche tipo di reddito sufficiente in caso di licenziamento.

Lasciando da parte le questioni lavorative, la mia vita quotidiana non ha subito grandissime ripercussioni. È vero che il paese non è in lockdown e non vige alcun divieto di uscire, ma, complice il dover lavorare da casa, io e il mio sambo ci muoviamo davvero pochissimo, giusto quelle rare volte per fare la spesa al supermercato (situato, tra l’altro, a un tiro di sasso dalla nostra abitazione) o per sgranchirci le gambe intorno al nostro isolato.

Al contrario di molte persone, magari cresciute al centro di grandi città in cui tutto è raggiungibile tramite mezzi pubblici o semplicemente camminando, ho trascorso una grandissima parte della mia vita pre-Svezia in uno stato pressoché uguale a quello attuale, se non addirittura più limitato. In Italia, ho sempre vissuto in un paesino sperduto in cui non era possibile muoversi senza l’ausilio di un’automobile. Nonostante abbia preso la patente non appena finito il liceo, non l’ho mai davvero utilizzata (dal momento che non potevo permettermi un’auto mia) e l’idea di guidare in sé non mi ha mai davvero fatto impazzire. Potendo, quindi, uscire di casa solo quando erano altri a guidare, la mia routine era formata principalmente da attività compatibili con la mia vita casalinga.

Ora, quel tipo di situazione non era esattamente il massimo delle mie aspirazioni ed averla abbandonata in favore della possibilità di spostarmi a mio piacimento è qualcosa che ripeterei infinite volte. Detto ciò, è comunque vero che l’attuale situazione ha molto in comune con quei tempi di “clausura”, quindi non la vivo davvero come un cambiamento drastico. Semmai, provo un vago senso di delusione al pensiero di star vivendo esattamente come allora, come se fossi tornata indietro. A parte la tristezza del non poter fare alcun tipo di progetto futuro, pur sapendo che si tratta di una condizione temporanea, la situazione non ha nulla di nuovo e, in un modo o nell’altro, me la faccio andar bene.

Ciò che trovo più difficile da digerire è l’osservare me stessa in questa situazione di “vita in pausa”, per così dire, e vedermi rimandare attività che sarebbero in verità del tutto fattibili. Giusto per fare un esempio, a Gennaio ho stilato la classica lista di buoni propositi per l’anno nuovo e queste erano alcune delle mie ambizioni:

  • Fare più esercizio fisico;
  • Pianificare con maggior anticipo e dettagli i progetti che lo richiedono;
  • Viaggiare di più;
  • Mangiare in modo più salutare;
  • Frequentare nuovi corsi di Svedese per raggiungere il livello B2;

Va da sé che alcuni di questi obiettivi non sono raggiungibili (né lo saranno per il resto dell’anno) per forza di cose, ma iscrivermi a nuovi corsi di Svedese, tanto per fare un esempio, non è certo impossibile. L’unica “scocciatura” è doversi far andar bene le lezioni online, che sarebbero comunque meglio di niente. E l’esercizio fisico potrei farlo a casa, o presso la palestra che si trova letteralmente all’interno dello stesso palazzo in cui vivo. Insomma, ci sarebbero modi di far qualcosa, senza ombra di dubbio, ma a mancare è la voglia. Spero che l’estate riporti un po’ di vitalità.

Insonnia

Stanotte non riesco a dormire.
Domani è il mio ultimo giorno presso l’azienda per cui ho lavorato nell’ultimo anno e mezzo e, per quanto mi infastidisca ammetterlo, la solita ansia è tornata a farsi viva sotto forma di irrequietezza e incapacità di staccare la spina.

E quindi adesso sono qui, rannicchiata in un angolo, a sfiorare la tastiera quanto più lievemente possibile per non svegliare il mio sambo che dorme in camera da letto.

Non so cos’è che mi prenda, a volte. Certo è che c’è ben poco di razionale.

È stata una mia decisione, quella di cambiare posto di lavoro. È sempre stato una sorta di tira e molla, un alternarsi di periodi in cui andare in ufficio sembrava una parte integrante (e tutto sommato piacevole) della mia giornata e altri in cui il solo pensiero di rifare tutto da capo il giorno dopo mi faceva venir voglia di seppellirmi sotto le coperte in eterno.

Alla fine, l’insoddisfazione ha avuto la meglio. Ho sempre avuto l’impressione che le premesse fossero sbagliate sin dal principio:

  • Il lavoro prospettatomi durante il colloquio è risultato essere aria fritta. Ovvero: sono stata assunta per via di determinate competenze che non ho mai avuto modo di utilizzare in modo soddisfacente. In altre parole, mi sono sentita raggirata e, nei mesi in cui avrei potuto imparare qualcosa di utile, ho dovuto invece lavorare su tecnologie estremamente di nicchia (e non in senso positivo) che non potrò mai utilizzare da nessun’altra parte. Non è mai bello sentire di star sprecando il proprio tempo;
  • Il colloquio in sé mi ha lasciato un retrogusto amaro. Mi sono sentita mediocre durante la prova tecnica e, in generale, ho sempre avuto l’impressione di essere capitata lì per puro errore. Certo, la sindrome dell’impostore esiste davvero e prima o poi tutti ci incappano, ma di certo non aiuta sapere di aver superato una selezione per pura fortuna;
  • Certe politiche aziendali erano davvero infelici. In particolare, l’essere “deumanizzata” e considerata esclusivamente come “risorsa” da spostare di qua e di là mi ha dato particolarmente fastidio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’esser stata spostata da un team all’altro con zero preavviso o coinvolgimento. Neanche a dirlo, un altro collega (veterano) a cui è toccata la stessa sorte ha mollato da lì a poco;
  • Voglia di vivere, saltami addosso! Mai unuscita fra colleghi anche solo per prendere un bicchiere d’acqua insieme, mai un qualcosa di vagamente sociale. Ho lavorato altrove qui a Stoccolma e ho conosciuto i colleghi del mio sambo, quindi so per certo che esistono realtà meno noiose. Ho anche provato a prendere l’iniziativa io stessa, ma ovviamente non si è mai riuscito a trovare il modo di far funzionare nulla. Mioddiocheppalle.

Perdonate la tirata, ma devo farmi venire sonno in un qualche modo.
Provo di nuovo a dormire e, appena possibile, aggiorno.

Un’accozzaglia di pensieri in ritardo

Dal comfort della mia vecchia camera da letto in Italia, auguro a chiunque stia leggendo un buon Natale e un felice anno nuovo. Che si tratti di Natale, Saturnalia, Chanukkah, Sol Invictus, o altre festività celebrate nello stesso periodo, spero sia per voi un periodo piacevole a prescindere dalle vostre credenze.

Personalmente, non sono religiosa. Quando mi vengono poste domande al riguardo, rispondo sempre di essere agnostica. Ciononostante, mi piace pensare ai giorni successivi al solstizio d’inverno come un’occasione per stare vicina alla mia famiglia, motivo per cui mi trovo adesso in Italia. La mia visita sarà breve e rientrerò appena prima della fine dell’anno, giusto in tempo per spremermi le meningi sull’eterna questione irrisolta del cosa fare per Capodanno. Il mio sambo sembra aver ricevuto una serie di inviti fra cui scegliere, ed essendo io a corto di occasioni altrettanto festaiole, immagino lo seguirò qualunque sia il verdetto finale.

Visto e considerato che questo sarà probabilmente l’ultimo post del 2018, mi piacerebbe ricapitolare gli eventi dell’ultimo mese per farne un po’ il bilancio.

Mettiamola così: verso la seconda metà di Dicembre avevo iniziato a scrivere un post riguardante il Natale e l’anno nuovo qui a Stoccolma. Il testo barrato qui sopra è una parte di ciò che ne rimane. Avevo programmato di soffermarmi un po’ sulle feste e le tradizioni svedesi, nonché su quanto meravigliosa appaia la città sotto la neve. Poi, però, non so bene cosa sia successo, ma il post ha iniziato a prendere una piega piuttosto lamentosa:

Dicembre è stato un mese tosto, decisamente lontano dal periodo rilassante in cui avevo sperato.

Ho iniziato un nuovo impiego presso un’azienda del settore IT, per la quale contribuisco allo sviluppo dei propri siti web. L’edificio in cui lavoro è situato a Solna, comune a nord di Stoccolma raggiungibile dal centro tramite metro e pendeltåg (treno di scambio utilizzato principalmente dai pendolari). Prima dell’impiego attuale, non avevo mai visitato Solna e l’avevo sentita menzionare solo raramente. Pensavo si trattasse di una circoscrizione come un’altra e, nella mia ignoranza, non sapevo nemmeno si trattasse di una città in senso proprio. La rivelazione in sé non è stata nemmeno del tutto immediata, dal momento che, indipendentemente dai mezzi di trasporto scelti, il tragitto fra il centro di Stoccolma e Solna riserva ben poco da vedere: un triste ammasso di capannoni industriali immerso in un grigiume degno della più anonima periferia. Non so a quale delle due città appartenga questo mistico panorama, ma in ogni caso ho creduto per troppo a lungo che Solna non fosse altro che la zona industriale di Stoccolma. Probabilmente le aree centrali della città sono più gradevoli, ma purtroppo, complice la stagione fredda, il mio tragitto quotidiano fra casa e lavoro farebbe intristire persino il più allegro dei personaggi Disney.

Vista sul deprimente tragitto fra Stoccolma e Solna
Vista sul deprimente tragitto fra Stoccolma e Solna

I ritmi di lavoro in sé non sono eccessivamente incalzanti, e l’atmosfera in ufficio è decisamente più rilassata rispetto a quella del corso di formazione che ho frequentato in precedenza. C’è molta libertà riguardo al lavorare da casa nell’eventualità di problemi con i trasporti pubblici o leggeri malanni, e i miei colleghi sono sempre disposti a chiarire i miei dubbi da new entry. Sono tutte qualità che apprezzo, e alcune di queste sono persino inaspettate. Tuttavia, questo è il mio primissimo impiego stabile in un settore del tutto nuovo, motivo per cui non riesco a fare a meno di sentirmi ancora inadeguata e decisamente di poca utilità. Per l’intero mese ho convissuto con un’ansia martellante mista ad un velato senso di oppressione: sarebbe facile attribuire il tutto alla classica sindrome dell’impostore, ma in verità credo che le radici del mio scontento attraversino diversi livelli di profondità.

Credo di aver raggiunto una sorta di saturazione del nuovo: mi trovo in un paese nuovo con una cultura diversa dalla mia; sono circondata da conversazioni in una lingua che comprendo a stento; sono passata dall’avere un ampio margine di libertà nella gestione del mio tempo all’avere a malapena quattro ore al giorno per fare qualsiasi cosa che non abbia a che vedere con il lavorare, dormire, o con le faccende domestiche; svolgo un nuovo impiego relativo ad un campo per nulla familiare; per finire, sebbene non sia fonte di stress, anche la mia situazione di convivenza domestica è relativamente recente.
Può darsi che sia solo questo, ovvero un eccesso di novità a cui devo tassativamente adattarmi giorno dopo giorno senza alcun punto di ancoraggio. O magari questo nuovo settore lavorativo non fa per me. Mi ripeto che non dovrei giungere a conclusioni affrettate dopo così poco tempo, eppure non riesco a liberarmi dall’idea di tornare ad un settore meno “robotico” una volta appresa la lingua per bene. Al momento, però, ho le mani legate. Per niente di meno, la vita in ufficio riserva anche momenti divertenti, ad esempio la quotidiana visione delle classiche ciabatte della nonna indossate sopra i calzini bianchi da uno dei miei colleghi.

Le mitiche ciabattine comode indossate da un collega in ufficio
Le mitiche ciabattine comode indossate da un collega in ufficio

Ehm.

Per farla breve, non sono più riuscita a continuare il sovrastante capolavoro letterario e ho lasciato che le festività passassero senza avere davvero intenzione di rimetterci mano. Giusto qualche appunto: alla fine, io e il mio sambo abbiamo passato il Capodanno a casa dato che l’evento a cui avevamo deciso di andare è stato annullato all’ultimo momento ed era ormai troppo tardi per mettere in atto un piano B. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è stata una serata davvero piacevole, che abbiamo trascorso guardando le classiche trasmissioni in TV, mangiando, bevendo, e giocando a carte.

Ora, io avrei potuto tranquillamente cancellare ciò che avevo scritto in precedenza dato che, tutto sommato, le cose vanno già di gran lunga meglio a distanza di un solo mese: ho finalmente ricevuto il mirabolante personnummer, sono andata a richiedere la carta d’identità svedese, sto cercando di aprire un conto in banca e ho smesso di avere attacchi di panico al lavoro. Eppure, non me la sono sentita di cancellare quanto scritto. Non credo ci sia motivo di fingere che tutto sia sempre rose e fiori, anzi: molto spesso mi ritrovo in balìa di problemi e contraddizioni con cui non mi sarei mai aspettata di avere a che fare. Però si sopravvive, si impara e si va avanti. Mi piace attribuire parte di questo processo catartico proprio all’avere un brutale e onesto resoconto dei periodi meno piacevoli sempre sott’occhio, in bella vista, in modo da poter osservare le mie stesse riflessioni da lontano (“col senno di poi”, direbbe mia madre) e riscontrare con sollievo che, a volte, è davvero solo questione di tempo prima che torni a splendere il sole.

Tre mesi o poco più

Primi di Dicembre: Natale (quasi) alle porte, temperature in costante discesa, e tre mesi di Svezia già alle spalle.

Meteo 28 Novembre 2018, Stoccolma

Che dire? Il tempo vola.
Sono stata impegnatissima con il corso di formazione che ho iniziato a frequentare agli inizi di Settembre (ne avevo accennato un po’ qui, per chi non ricordasse) , al punto da non trovare nemmeno il tempo per respirare. Per quanto mi sia sforzata di scrivere (o fare qualsiasi attività che non avesse a che vedere con il collassare sul letto a causa dello sfinimento), non sono davvero riuscita a trovare l’energia fisica e/o mentale per farlo.

Paradossalmente, la situazione sembra essersi stabilizzata proprio durante le ultime due settimane, ovvero quelle dedicate al “progetto finale” da consegnare prima del “diploma”. Dopo i ritmi massacranti di questi ultimi tre mesi (costellati di esami, momenti di tensione, nonché di continui cambi dell’argomento all’ordine del giorno), è finalmente giunto il momento di dimostrare che, sì, noi studenti abbiamo imparato a fare quel che faremo da consulenti e che possiamo cavarcela da soli. Risultato? Adesso posso arrivare in ufficio con la certezza di rivedere ciò a cui ho lavorato i giorni precedenti, sapendo, tra l’altro, che rivedrò le medesime cose il giorno seguente. Ciò mi permette di strutturare le mie giornate in modo sensato, senza sentirmi costantemente in lotta contro il tempo e con una spada di Damocle sopra la testa.

Senza voler reiterare troppo, questo periodo è stato infinitamente stressante e sono contenta che sia giunto al termine. Oltre al tempo e all’energia richiesti giornalmente per partecipare al corso (le cui tempistiche sono equivalenti a quelle di un lavoro a tempo pieno, ma senza alcuna retribuzione), ho trovato estremamente fastidiosa l’impossibilità di concentrarmi sul miglioramento del mio Svedese (data la mancanza di tempo libero ed energia). Tuttavia, è stato un sacrificio assolutamente necessario per uscire dal circolo vizioso di cui, altrimenti, sarei rimasta prigioniera per ben più a lungo: niente lavoro, quindi niente personnummer, e di conseguenza niente corsi gratuiti (quelli privati sono esclusi in partenza dall’attuale carenza di entrate).

Nonostante questi particolari meno gradevoli, mi ritengo comunque estremamente fortunata, dal momento che inizierò a svolgere il mio lavoro presso un’azienda esterna a partire dal prossimo lunedì. Sperando, quindi, di non combinare disastri di dimensioni titaniche nel mentre, mi permetto di essere un tantino più speranzosa riguardo alla possibilità non troppo lontana di avere il tempo di concentrarmi anche su qualcos’altro, oltre che sul lavoro.

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Cambiando argomento, qualche settimana fa ho acquistato un biglietto di andata e ritorno per la mia città di origine, che visiterò durante il periodo natalizio. Neanche a dirlo, ho dovuto sborsare più di 600€ per un volo con millemila scali e solo con bagaglio a mano. Per chi se lo stesse chiedendo, io sono una di quelli che visitano i siti delle compagnie aeree esclusivamente con navigazione in incognito, senza cookie precedentemente impostati, e durante i periodi generalmente ritenuti più convenienti all’acquisto (fra novanta e sessanta giorni prima della data del volo). Nonostante tutte queste accortezze, i prezzi sono rimasti proibitivi e mi sono, infine, dovuta rassegnare al furto all’acquisto.

Spero comunque di poter aggiungere un bagaglio in stiva, dato che mi piacerebbe portare qualcosa ai miei familiari (regali di Natale? Souvenir? Ancora non so) e, viceversa, portare dall’Italia certi articoli non reperibili in Svezia: uno fra tutti, l’orzo solubile. Vorrei tanto berlo durante le mattine d’inverno, un po’ perché non bevo caffè e un po’ perché non so quanto sia sano trangugiare tazze di tè ogni cinque minuti (che è ciò che faccio attualmente). Un po’ di varietà, perdinci!

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Riguardo alla questione personnummer, avevo menzionato in precedenza che avrei fatto un nuovo tentativo di richiesta proprio nel corso del mese appena trascorso. Ebbene, così è stato: quattro settimane fa ho firmato il contratto con il mio datore di lavoro principale e, il primo giorno utile, mi sono recata a Skatteverket per presentare una nuova richiesta. Tutto è sembrato filare liscio stavolta, se non fosse per il fatto che sto ancora aspettando il responso (che dovrebbe arrivare via posta) e spero davvero non ci voglia un’eternità. A questo punto, non mi infastidirebbe nemmeno troppo il dover aspettare un’altra settimana o due, ma pare che l’azienda per cui inizierò l’attività di consulenza necessiti del magico numerino per ordinare i miei strumenti di lavoro. Quindi, speriamo davvero che non ci siano intoppi di alcuna sorta e che il tutto possa arrivare il prima possibile.

skinnaviksberget
Il sentiero che conduce a Skinnarviksberget

Per chiudere, vorrei scrivere due paroline sugli angoli di Stoccolma in cui ho trascorso alcune ore del mio (poco) tempo libero nell’ultimo periodo. Si tratta per lo più di parchi e punti panoramici, e non vedo l’ora che le temperature si addolciscano per poterli visitare nuovamente.

Il primo è Tantolunden: si tratta di un parco bagnato dal mare e situato sull’estremità occidentale dell’isola di Södermalm, nei pressi di Hornstull (una delle fermate della metro).
È parecchio grande e quasi sempre allietato da visitatori, siano questi pensionati, atleti, adolescenti, o genitori con bambini. È, senza ombra di dubbio, il luogo ideale per passeggiate rilassanti o altri tipi di attività ricreative, come picnic ed esercizio fisico all’aria aperta. È dotato di panchine, accesso facilitato per persone diversamente abili, e attrezzi per svolgere attività fisica. Non ho ancora avuto il piacere di visitarlo durante l’inverno, ma, secondo Visit Stockholm, Tantolunden è un punto di ritrovo molto popolare anche fra coloro che amano andare in slittino sulla neve, data la pendenza creata dall’iconica collina.

Tantolunden
Tantolunden durante una giornata d’autunno

Tantolunden in inverno
Tantolunden in inverno – Adam Grimshaw (Lonely Planet)

Un’altra destinazione con molto da offrire è Djurgården, un’isola nel cuore di Stoccolma raggiungibile tramite un ponte su Strandvägen a Östermalm (il lato est della città).
Per un certo periodo di tempo, Djurgården è stata territorio di caccia privato per la famiglia reale e tutt’oggi appartiene alla corona. Tuttavia, turisti e persone comuni possono accedere liberamente all’isola per visitare le molteplici attrazioni situate su di essa, fra cui il Museo Vasa, il Museo degli ABBA, il museo all’aperto Skansen, nonché il luna park Gröna Lund. Centri culturali a parte, Djurgården rimane comunque un luogo piacevolissimo anche per coloro che vogliono trascorrere del tempo in mezzo alla natura senza dover acquistare alcun biglietto.

Östermalm vista da Djurgården
Östermalm vista da Djurgården

Statua della dea della pace a Djurgården
Statua della dea della pace a Djurgården

Chiudo con Skinnarviksberget, uno dei miei luoghi preferiti di sempre.
Si tratta del punto naturale più alto a Stoccolma ed è situato in prossimità di Zinkensdamm a Södermalm. Da qui è possibile vedere dall’alto Gamla Stan (il centro storico), il municipio di Stoccolma, il distretto Kungsholmen, e altri luoghi d’interesse. Vista mozzafiato a parte, amo Skinnarviksberget per il meraviglioso circondario di stradine immerse nel verde che permettono di scendere giù fino al mare. Consigliatissima una visita al tramonto, preferibilmente in autunno o primavera, e una lenta passeggiata in discesa verso il lungomare.

Vista panoramica da Skinnarviksberget
Vista panoramica da Skinnarviksberget

Vista panoramica da Skinnarviksberget
Vista da Skinnarviksberget

Skinnarviksberget al tramonto
Skinnarviksberget al tramonto

Sentiero verso Skinnarviksberget
Sentiero verso Skinnarviksberget