Varie ed eventuali: sviluppi due settimane dopo il trasferimento

Sono a Stoccolma da due settimane e questo è il modo in cui si sono evoluti gli eventi rispetto al post precedente:

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  • Personnummer: dopo aver prenotato un appuntamento online, riempito il modulo apposito ed essermi presentata in loco con tutti i documenti necessari, l’impiegata di turno a Skatteverket è giunta alla conclusione che la mia situazione non soddisfa ancora i requisiti necessari all’assegnazione del codice fiscale. Sebbene lei stessa abbia ammesso che potrei tentare in altro modo e fare domanda in qualità di convivente (sambo) di un cittadino svedese, mi ha vivamente consigliato di evitare la procedura (che pare possa portare fino a nove mesi di attesa prima di un responso) e semplicemente rimandare la questione a quando sarò in possesso di un contratto di lavoro definitivo. Dato che questa sembra essere davvero la via più rapida e sicura, aspetterò fino ad allora prima di presentare una nuova richiesta a Skatteverket.
    Per ora non sei nessuno, ma non preoccuparti: avrai il tuo personnummer!“, ha concluso l’impiegata a mo’ di rassicurazione. E quindi aspettiamo.

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  • Bagagli: con notevole ritardo rispetto alle stime iniziali di Eurosender, ho ricevuto le mie valigie giovedì della scorsa settimana. Il corriere ha avvisato del suo arrivo tramite SMS il giorno precedente, chiedendo conferma della disponibilità alla ricezione dei colli e dando la possibilità di concordare un giorno diverso qualora fossi stata impegnata. Una volta ricevuto il tutto, ho notato che una delle mie valigie era stata sottoposta a ispezione alla dogana. Nulla di strano, se non fosse per il fatto che, al momento di richiudere la valigia, chiunque stesse effettuando l’ispezione ha deciso di cambiare il codice del lucchetto TSA senza scrivere la nuova combinazione da nessuna parte. Ovviamente, quando ho provato a sbloccare la chiusura con il codice da me scelto prima della spedizione, la valigia è rimasta chiusa. Inizialmente ho pensato che il lucchetto fosse del tutto fuori uso, dato che nessuna delle combinazioni “prevedibili” sembrava funzionare. 000? 123? 555? Nulla, tutto serrato. D’altro canto, “perché mai dovrebbero aver impostato un codice a casaccio senza motivo?”, pensavo. Tuttavia, col passare delle ore, ho iniziato a ritenere l’ipotesi sempre più plausibile. E così, armata di pazienza e buona volontà, ho iniziato a provare tutte le combinazioni possibili una dopo l’altra, riuscendo a spuntarla dopo 730 tentativi. Meglio tardi che mai, eh.

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  • Il clima è ancora pressoché equivalente a quello italiano: le temperature non scendono mai al di sotto dei 10°C né, d’altro canto, osano spingersi più in là dei 23. Il sole non mi ha ancora del tutto abbandonata, sebbene il groviglio di nuvole grigie in cielo sia pressoché onnipresente. Non so se debba aspettarmi ondate di freddo glaciale all’improvviso, ma al momento me la cavo piuttosto bene con semplici indumenti da mezza stagione e un ombrello. Vestirsi a cipolla è la strategia migliore, dato che permette di utilizzare vestiti leggeri all’interno degli edifici e coprirsi maggiormente per andare fuori. Le giornate si stanno accorciando visibilmente: il sole tramonta intorno alle 19:30 e la notte è finalmente buia. Nulla a che vedere con le luminosissime notti di Giugno, che mi hanno tenuta sveglia ben più di una volta nel periodo precedente al mio trasferimento definitivo.

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  • A partire dal 3 Settembre, ho iniziato a fare la spola fra casa e “lavoro“. Uso le virgolette perché al momento si tratta più di formazione propedeutica che un impiego vero e proprio, sebbene sia tutto fortemente impostato in modo pratico e professionale. I primi giorni sono stati particolarmente ardui sia per me che per i miei ventinove colleghi neoassunti: abituarsi ad un ambiente nuovo e dover trascorrere otto ore al giorno con degli sconosciuti è uno sforzo sociale davvero notevole. Se poi mettiamo in conto il fatto che ognuno di noi debba fronteggiare concetti mai visti prima collaborando con persone appena incontrate, il quadro si complica ulteriormente. Ci sono stati giorni in cui ho pensato: “Non posso proprio farcela, devo essere particolarmente stupida per sentirmi così alienata“. Poi però ho ricevuto il conforto dei colleghi, altrettanto dispersi nella marea di nuove informazioni, nonché quello dei vertici dell’azienda: insieme agli istruttori, hanno offerto da bere a tutti nel finesettimana, cosa che ha disteso gli animi e rinvigorito lo spirito. Il clima è molto familiare, anche per via del fatto che qui in Svezia l’uso di titoli e onorifici è davvero malvisto e dare del tu a tutti è la regola. Non metto in dubbio che possano sopraggiungere nuove difficoltà, ma la situazione sembra comunque positiva.

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  • La lingua richiesta dalla mia professione è l’Inglese, motivo per cui non ho ancora modo di esercitare il mio Svedese come si deve. Nulla mi impedisce di praticarlo con il mio sambo, ma la cosa è più facile a dirsi che a farsi: avere a disposizione una lingua comune rende quasi automatico passare all’Inglese ogniqualvolta si presentano problemi di comprensione dall’una o l’altra parte. Senza personnummer non posso accedere ai corsi SFI, e al momento non ho ancora risorse sufficienti a pagarmi corsi privati. Di conseguenza, considerando tra l’altro il pochissimo tempo a disposizione, l’unica cosa che posso fare è ascoltare: origliare le conversazioni dei passanti, dei passeggeri sul treno e cercare di espormi quanto più possibile alla lingua parlata. Quando posso, ascolto le notizie in Svedese semplificato tramite l’app Sveriges Radio Play. Non mi aspetto progressi immediati, ma la buona volontà c’è tutta.

Questo è il resoconto delle mie avventure fino a qui. Domani è lunedì, il che significa iniziare una nuova settimana di lezioni/lavoro. Ho ancora molto da sistemare e pochissimo tempo per farlo: fra le tante incombenze, acquistare mobili più capienti è una di quelle che mi preme di più. Non vedo l’ora di sbarazzarmi delle valigie che stazionano ancora in giro per casa.

“Ladies and gentlemen, welcome to Stockholm”

E così, sono finalmente giunta a Stoccolma.

Tramite un volo Norwegian decollato dall’Italia alle 13:00 del 24 Agosto, ho (ri)messo piede in terra svedese intorno alle 16:30. Tre ore prima della partenza, mi sono unita all’interminabile coda dietro al banco del check-in in quello che sembrava essere uno dei giorni più affollati di sempre. Immagino che molti stessero rientrando dalle vacanze, dato che da una semplice occhiata ci si poteva render conto di quanto stracolmo sarebbe stato il volo. Le mie aspettative non sono state deluse.

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Il tragitto in sé è stato molto tranquillo: sebbene le condizioni meteorologiche non fossero delle migliori, ci sono stati pochissimi momenti di turbolenza. Trovarsi qualcosa da fare per tre ore e mezza non è mai stata una delle mie attività preferite, ma qualsiasi prezzo è preferibile all’incubo che sono i voli di scalo. Così, ho cercato di ammazzare il tempo riprendendo uno di quei libri che leggo esclusivamente in volo, messaggiando con amici grazie al (finalmente funzionante) wi-fi offerto da Norwegian, e combattendo contro personaggi fittizi su un noto gioco da console. Momenti notevoli: il mio misero tentativo di comprare il pranzo sull’aereo fallito per via del mancato funzionamento di entrambe le mie carte di credito. Un inizio molto promettente, insomma.

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L’episodio ha incuriosito il passeggero seduto accanto a me, il quale s’è detto stupito dalla mia poca fortuna con il terminale POS. Anche lui italiano, emigrato in Svezia lo scorso inverno, si è dimostrato molto disponibile e disposto a dare una mano semmai fosse stato necessario. Pare che in passato avesse già vissuto a Stoccolma per tre anni, cosa facilmente intuibile dalla sua parlata svedese perfettamente fluida. Con una vaga vena di tristezza, mi ha confessato di aver svolto per molti anni in Italia il medesimo impiego che svolge tuttora in Svezia, senza però ricevere un briciolo del riconoscimento dimostrato invece dall’ambiente lavorativo svedese.

A questo punto, trovo necessario aprire una piccola parentesi: credo che nessun expat sia davvero felice di dover emigrare per questioni economiche. Allo stesso modo, sono abbastanza sicura del fatto che anche coloro che si trasferiscono per altre ragioni (o che comunque hanno una certa stabilità finanziaria) non facciano i salti di gioia nel sapere il proprio luogo d’origine in balìa di malaffare e pratiche controverse. Detto ciò, certamente la Svezia (né l'”estero”, come molti lo definiscono, come se si trattasse di un agglomerato senza distinzioni di sorta) non è l’Eldorado. Non lo è nessun paese, così come l’Italia non può essere etichettata negativamente sotto ogni aspetto in modo assoluto. Nel descrivere le caratteristiche positive della Svezia non intendo denigrare automaticamente l’Italia, né voglio dare ulteriore adito alla filosofia secondo cui qualsiasi paese straniero è sempre e comunque superiore all’Italia per il semplice fatto di essere “altro” rispetto ad essa (modo di pensare fin troppo comune fra i miei coetanei). Il mondo è un luogo complesso: inscriverlo in una visione tanto semplicistica non può che portare a spiacevoli sorprese. Ne consegue che emigrare senza alcuna cognizione di causa, seguendo ciecamente la scia del “all’estero è meglio!“, dà i risultati che bisogna aspettarsi dalle premesse fatte in precedenza. Chiusa parentesi.

Flygbussarna-Arlanda

L’atterraggio è avvenuto ad Arlanda, l’aeroporto principale di Stoccolma. Ad accogliermi ho trovato una temperatura di 17°C, nubi grigie e pioggia leggera, cosa che mi ha fatto ringraziare la me stessa del post precedente per la correzione dell’ultimo momento ai bagagli. Insieme al mio partner, ho poi lasciato Arlanda tramite uno dei bus della compagnia Flygbussarna (sicuramente uno dei collegamenti più economici fra Arlanda e la città: un biglietto costa circa 10€ contro i 280 SEK, circa 26€, dell’Arlanda Express e i prezzi ancor più alti dei taxi). Fin qui tutto bene, se non fosse per il fatto che siamo, in un qualche modo, saliti sul bus per la destinazione sbagliata: alla prima fermata utile, ci è quindi toccato scendere e prendere il tram. Ancora una volta, una delle mie carte di credito è stata rifiutata dal terminale dei biglietti, con mia immensa preoccupazione. Fortunatamente, l’altra carta mi ha permesso di completare la transazione senza problemi ulteriori e ho potuto, finalmente, raggiungere la mia destinazione.

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Per quanto riguarda gli eventi successivi, non c’è molto da dire. Ero già stata a Stoccolma diverse volte prima di trasferirmi definitivamente, quindi non ho fatto il classico giro del centro storico né tutte le altre tipiche attività turistiche. Ho voluto, invece, accertarmi immediatamente che la mia fosse stata semplice sfortuna e che fossi in grado di effettuare pagamenti al supermercato più vicino a casa, nonché presso vari negozi e locali. La buona notizia è che tutto sembra funzionare come si deve, quindi posso escludere danni fisici alle carte e altre ipotesi strettamente legate alla loro integrità. La cattiva è che non posso prevedere il verificarsi di nuovi problemi, dato che tutte le carte, a turno, sono state rifiutate nelle situazioni più disparate anche durante le mie visite precedenti.

Generalmente, dando per scontato che vi siano fondi sufficienti, tutte le carte del circuito Visa o Mastercard funzionano più o meno ovunque, ma, data la mia esperienza, pare ci sia sempre quella volta imprevedibile in cui la transazione non andrà a buon fine. Avere un metodo di pagamento alternativo risolve il problema il 90% delle volte, ma aprire un conto svedese è probabilmente la soluzione migliore. Per chi se lo stesse chiedendo, prelevare contanti qui a Stoccolma è una cattiva idea: di fatti, gli Svedesi odiano i contanti e alcuni esercizi non li accettano proprio, specialmente nelle grandi città.

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Ed eccoci al punto dolente: salvo eccezioni, per aprire un conto in banca in Svezia, così come per fare praticamente qualsiasi altra cosa, è necessario avere il codice fiscale svedese. Questa simpatica serie di cifre, altrimenti conosciuta come personnummer, è un codice identificativo assegnato dall’agenzia delle entrate svedese, Skatteverket. Avere un personnummer permette, fra le varie cose, di iscriversi ai corsi gratuiti di lingua svedese (SFI, Svenska För Invandrare), ma anche di iscriversi in palestra, di diventare membri dei programmi di sconti presso i vari esercizi commerciali, di usufruire dei servizi bibliotecari, di svolgere qualsiasi tipo di pratica burocratica… Insomma, probabilmente sono più rare le volte in cui non viene richiesto il personnummer che il contrario.

Di norma questo codice viene assegnato alla nascita, ma coloro che si trasferiscono in Svezia possono ottenerlo da Skatteverket in vari modi: quello più semplice è dimostrare di avere un contratto di lavoro della durata di almeno un anno; altrimenti, bisognerà provare di avere fondi sufficienti a mantenersi per un anno, congiuntamente ad un’assicurazione sanitaria onnicomprensiva; infine, si può ottenere il personnummer anche in qualità di studente o di coniuge/convivente/familiare di un/a cittadino/a svedese, premesso che la persona in questione dimostri di poter avere qualcun altro a carico. A grandi linee funziona così, ma per informazioni dettagliate è bene fare riferimento al sito ufficiale di Skatteverket.

In questo meraviglioso quadro burocratico, io non sono sicura della categoria in cui rientro. Ho, effettivamente, un contratto che potrei presentare a Skatteverket, ma si tratta di una situazione un po’ ambigua dato che prevede un periodo di formazione di tre mesi e, solo a Novembre, la firma di un contratto di lavoro vero e proprio per un impiego della durata di almeno un anno. Il contratto menziona anche un esame da sostenere dopo i tre mesi di formazione e, sebbene l’azienda mi abbia assicurato che si tratta di una mera formalità, non sono sicura che Skatteverket lo riterrà tale. Mal che vada, potrò comunque presentare una nuova richiesta di personnummer una volta firmato il contratto di lavoro vero e proprio, ma nel frattempo ho prenotato un appuntamento a Skatteverket per il prossimo venerdì. Dato il grado di frequenza nell’uso, preferirei ottenere il personnummer il prima possibile e credo che valga la pena provare a presentare il contratto di formazione di cui sono in possesso. Può darsi che sia sufficiente, chissà. Buona fortuna a me.