Osservando la vita da lontano ai tempi del Coronavirus

Che ve lo dico a fare?

Nessuno poteva aspettarsi che il 2020 ci costringesse tutti in quarantena.
C’è sempre un che di tristemente esilarante nel guardare nuovamente i video dei conti alla rovescia della notte di Capodanno, sapendo a cosa si andava incontro.

Ci sarebbe tanto da dire al riguardo: dalla strategia adottata dal governo svedese a come la gente comune affronti la pandemia nella vita di tutti i giorni, dalla penuria di carta igienica sugli scaffali del supermercato alle domande che mi arrivano imperterrite dall’Italia sul perché qui si possa uscire di casa così liberamente.

E io, davvero, so che dovrei parlarne, ma la verità è che non ne ho affatto voglia. Non guardo molta TV a casa, ma ogni volta che do uno sguardo ai social vengo travolta da uno tsunami di articoli, opinioni, mezze verità e titoli clickbait che non lasciano scampo.  Normalmente mi ritengo dotata di sufficiente giudizio critico da formare un’opinione salda, ma questo perpetuo rimbalzare di pseudo-fatti, smentite e sproloqui vari mi ha invece convinta che la cosa migliore da fare sia serrare la bocca e lasciare che la comunità scientifica e i suoi rappresentanti in ogni paese si esprimano senza il mio ausilio ignorante.

E quindi di che parliamo? Dato che non posso magicamente estromettermi dalla società, e dato che la suddetta società non può fare a meno di essere coinvolta dal Coronavirus, ne parliamo lo stesso. Ma: senza formulare giudizi di sorta e lasciando la laurea in epidemiologia rilasciata dall’Università della Vita (qui meglio conosciuta come livets hårda skola) nel cassetto. Fermo restando che qualsiasi fatto riportato qui è puramente aneddotico (e quindi di valore non assoluto, non universale e non scientifico), mi limiterò a parlare delle mie vicende personali.

Non ricordo più la data esatta, ma un bel giorno alla fine della seconda o terza settimana di Marzo il mio datore di lavoro ha comunicato a tutti noi dipendenti che, a partire dal giorno seguente, avremmo dovuto lavorare da casa. “Poco male“, ho pensato io, dato che posso tranquillamente fare la sviluppatrice di software anche da casa. Peccato che, essendo lì solo da una manciata di giorni, fossi oggettivamente la persona meno esperta dell’intera azienda e non essere fisicamente nella stessa stanza dei miei colleghi rendesse l’onboarding improvvisamente molto più complicato. Ciononostante, tutto è filato liscio fino ad ora: la nuova azienda mi piace molto e lavorare con i miei colleghi è davvero un piacere. Niente a che vedere con quel cumulo di tristezza presso cui lavoravo prima a Solna. Insomma, un miglioramento sotto tutti i punti di vista.

Però…

Ovviamente sarebbe noioso se andasse sempre tutto bene, quindi grazie alla situazione di incertezza creata dal Coronavirus, il mio capo ha iniziato a farsi paranoie sempre maggiori sul futuro dell’azienda e sulle misure da adottare per “fare in modo di uscirne nella forma migliore possibile” (cit.). Il tono dei suoi live stream è passato dallo spensierato “NOI FACCIAMO COSE SU INTERNET QUINDI SIAMO INTOCCABILI” al lugubre “L’INCERTEZZA SPAVENTA LE BANCHE DAI CUI PRESTITI NOI DIPENDIAMO, QUINDI POTREMMO DOVER METTERE IN ESUBERO UN PO’ DI PERSONE PER RISPARMIARE“. Ed eccoci qui.

Al momento ho ancora un posto di lavoro, ma essere avvisata di una futura sessione di aggiornamento con il mio capo equivale ormai alle mie orecchie al gracchiare degli uccelli del malaugurio. Finora sono sempre stata in grado di tirare un sospiro di sollievo alla fine di ogni comunicazione, ma non tutti sono stati così fortunati: circa un’ottantina di colleghi è stata costretta a levare le tende e so di conoscenti (che lavoravano per aziende diverse sempre qui nell’area di Stoccolma) i quali si sono ritrovati disoccupati da un giorno all’altro per via del virus. Una di loro lavorava per un’azienda di monopattini elettrici (quindi, vabbe’, non esattamente il massimo della stabilità lavorativa), mentre l’altro è un ex collega che lavorava come sviluppatore con me a Solna (posizione di norma molto ricercata e con cui è difficile trovarsi a casa a far nulla). Neanche a dirlo, la cosa non sembra promettere per niente bene, dato che, indipendentemente dal proprio settore, sembra ci si possa ritrovare improvvisamente senza lavoro.

Tuttavia, mi sono ripromessa di non arrovellarmi troppo sulla questione: certe situazioni sono fuori dalla mia sfera di controllo e l’unica cosa che posso fare è cercare di limitare eventuali danni. Il risvolto concreto di questa filosofia è stato l’iscrivermi ad A-Kassa, che è una sorta di assicurazione contro la disoccupazione. Esistono diverse a-kassor in Svezia, gestite dai sindacati e adatte a diversi tipi di settore e impiego. Ho trovato quella più adatta a me su Sveriges A-Kassor e, adesso che sono iscritta, pagherò l’equivalente di una decina di euro al mese per garantirmi un qualche tipo di reddito sufficiente in caso di licenziamento.

Lasciando da parte le questioni lavorative, la mia vita quotidiana non ha subito grandissime ripercussioni. È vero che il paese non è in lockdown e non vige alcun divieto di uscire, ma, complice il dover lavorare da casa, io e il mio sambo ci muoviamo davvero pochissimo, giusto quelle rare volte per fare la spesa al supermercato (situato, tra l’altro, a un tiro di sasso dalla nostra abitazione) o per sgranchirci le gambe intorno al nostro isolato.

Al contrario di molte persone, magari cresciute al centro di grandi città in cui tutto è raggiungibile tramite mezzi pubblici o semplicemente camminando, ho trascorso una grandissima parte della mia vita pre-Svezia in uno stato pressoché uguale a quello attuale, se non addirittura più limitato. In Italia, ho sempre vissuto in un paesino sperduto in cui non era possibile muoversi senza l’ausilio di un’automobile. Nonostante abbia preso la patente non appena finito il liceo, non l’ho mai davvero utilizzata (dal momento che non potevo permettermi un’auto mia) e l’idea di guidare in sé non mi ha mai davvero fatto impazzire. Potendo, quindi, uscire di casa solo quando erano altri a guidare, la mia routine era formata principalmente da attività compatibili con la mia vita casalinga.

Ora, quel tipo di situazione non era esattamente il massimo delle mie aspirazioni ed averla abbandonata in favore della possibilità di spostarmi a mio piacimento è qualcosa che ripeterei infinite volte. Detto ciò, è comunque vero che l’attuale situazione ha molto in comune con quei tempi di “clausura”, quindi non la vivo davvero come un cambiamento drastico. Semmai, provo un vago senso di delusione al pensiero di star vivendo esattamente come allora, come se fossi tornata indietro. A parte la tristezza del non poter fare alcun tipo di progetto futuro, pur sapendo che si tratta di una condizione temporanea, la situazione non ha nulla di nuovo e, in un modo o nell’altro, me la faccio andar bene.

Ciò che trovo più difficile da digerire è l’osservare me stessa in questa situazione di “vita in pausa”, per così dire, e vedermi rimandare attività che sarebbero in verità del tutto fattibili. Giusto per fare un esempio, a Gennaio ho stilato la classica lista di buoni propositi per l’anno nuovo e queste erano alcune delle mie ambizioni:

  • Fare più esercizio fisico;
  • Pianificare con maggior anticipo e dettagli i progetti che lo richiedono;
  • Viaggiare di più;
  • Mangiare in modo più salutare;
  • Frequentare nuovi corsi di Svedese per raggiungere il livello B2;

Va da sé che alcuni di questi obiettivi non sono raggiungibili (né lo saranno per il resto dell’anno) per forza di cose, ma iscrivermi a nuovi corsi di Svedese, tanto per fare un esempio, non è certo impossibile. L’unica “scocciatura” è doversi far andar bene le lezioni online, che sarebbero comunque meglio di niente. E l’esercizio fisico potrei farlo a casa, o presso la palestra che si trova letteralmente all’interno dello stesso palazzo in cui vivo. Insomma, ci sarebbero modi di far qualcosa, senza ombra di dubbio, ma a mancare è la voglia. Spero che l’estate riporti un po’ di vitalità.

Insonnia

Stanotte non riesco a dormire.
Domani è il mio ultimo giorno presso l’azienda per cui ho lavorato nell’ultimo anno e mezzo e, per quanto mi infastidisca ammetterlo, la solita ansia è tornata a farsi viva sotto forma di irrequietezza e incapacità di staccare la spina.

E quindi adesso sono qui, rannicchiata in un angolo, a sfiorare la tastiera quanto più lievemente possibile per non svegliare il mio sambo che dorme in camera da letto.

Non so cos’è che mi prenda, a volte. Certo è che c’è ben poco di razionale.

È stata una mia decisione, quella di cambiare posto di lavoro. È sempre stato una sorta di tira e molla, un alternarsi di periodi in cui andare in ufficio sembrava una parte integrante (e tutto sommato piacevole) della mia giornata e altri in cui il solo pensiero di rifare tutto da capo il giorno dopo mi faceva venir voglia di seppellirmi sotto le coperte in eterno.

Alla fine, l’insoddisfazione ha avuto la meglio. Ho sempre avuto l’impressione che le premesse fossero sbagliate sin dal principio:

  • Il lavoro prospettatomi durante il colloquio è risultato essere aria fritta. Ovvero: sono stata assunta per via di determinate competenze che non ho mai avuto modo di utilizzare in modo soddisfacente. In altre parole, mi sono sentita raggirata e, nei mesi in cui avrei potuto imparare qualcosa di utile, ho dovuto invece lavorare su tecnologie estremamente di nicchia (e non in senso positivo) che non potrò mai utilizzare da nessun’altra parte. Non è mai bello sentire di star sprecando il proprio tempo;
  • Il colloquio in sé mi ha lasciato un retrogusto amaro. Mi sono sentita mediocre durante la prova tecnica e, in generale, ho sempre avuto l’impressione di essere capitata lì per puro errore. Certo, la sindrome dell’impostore esiste davvero e prima o poi tutti ci incappano, ma di certo non aiuta sapere di aver superato una selezione per pura fortuna;
  • Certe politiche aziendali erano davvero infelici. In particolare, l’essere “deumanizzata” e considerata esclusivamente come “risorsa” da spostare di qua e di là mi ha dato particolarmente fastidio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’esser stata spostata da un team all’altro con zero preavviso o coinvolgimento. Neanche a dirlo, un altro collega (veterano) a cui è toccata la stessa sorte ha mollato da lì a poco;
  • Voglia di vivere, saltami addosso! Mai unuscita fra colleghi anche solo per prendere un bicchiere d’acqua insieme, mai un qualcosa di vagamente sociale. Ho lavorato altrove qui a Stoccolma e ho conosciuto i colleghi del mio sambo, quindi so per certo che esistono realtà meno noiose. Ho anche provato a prendere l’iniziativa io stessa, ma ovviamente non si è mai riuscito a trovare il modo di far funzionare nulla. Mioddiocheppalle.

Perdonate la tirata, ma devo farmi venire sonno in un qualche modo.
Provo di nuovo a dormire e, appena possibile, aggiorno.

Cosa non mi piace dei rientri in Italia

Torno spesso in Italia durante le vacanze. Amo i luoghi in cui ho trascorso la mia vita prima del trasferimento a Stoccolma e lì ho una rete di affetti a cui mi sento legata in modo indissolubile.

Tuttavia, ci sono lati dei miei rientri in patria che mi fanno storcere il naso (e non poco). Vi confesso che molto spesso mi ritrovo a dover far buon viso a cattivo gioco per non rovinare il poco tempo che ho a disposizione.

Vediamo insieme le note dolenti più ricorrenti:

  • I voli con scali
    miniature of a planePrimi sulla lista e immediati “effetti collaterali” dei rientri in Italia, i voli con scali avranno sempre tutto il mio odio incondizionato. Allungano inutilmente un tragitto che, con volo diretto, durerebbe a malapena tre ore e mezza e, in generale, aumentano esponenzialmente la percezione della distanza fra Stoccolma e la mia città d’origine. Anche i problemi aumentano, e purtroppo non si tratta solo di un’impressione: di fatti, doppio volo significa doppia possibilità di cancellazione/ritardi, doppia possibilità di smarrimento dei bagagli, doppia perdita di tempo all’aeroporto e doppia possibilità di incorrere in qualsiasi altro inconveniente. Grrrr.
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  • I commenti inopportuni dei parenti ficcanasotalkingOvvero: la mancanza del concetto di privacy. Tutti si sentono in diritto di mettere bocca su questioni strettamente personali per il semplice fatto di avere un legame di sangue con te. Questa è, in assoluto, una delle cose più fastidiose e mette davvero a dura prova la mia pazienza.
    > “Non si parla ancora di matrimonio, eh?” – domanda postami letteralmente durante la primissima visita in Italia dopo il trasferimento, ovvero quattro mesi dopo l’inizio della convivenza con il mio sambo.
    > “E così però non posso crescermi i nipotini!” –  metodo infallibile per creare imbarazzo, dando per scontato che ci siano figli in programma. Soprattutto se non ce ne sono.
    > “Adesso convivete, però dovreste regolarizzare questa situazione il prima possibile…” – da notare la scelta del termine “regolarizzare”, come se si stesse parlando di un’attività clandestina e non della mia relazione sentimentale;
    > “Ma come fa il tuo ragazzo per i pasti, adesso che non ci sei tu?” – sembra incredibile, ma… sa cucinare anche lui. Bam. Scioccante.
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  • Mentalità ristretta e preconcetti medievali
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    Questa va di pari passo con la precedente. Anzi, si potrebbe dire che ne sia la causa. Soprattutto in una famiglia di stampo ipercattolico come la mia, essere agnostica e compiere scelte fuori dagli schemi accettati dai più non è per niente facile.
    Secondo questa visione (per me) medievale del mondo, convivere con il proprio partner senza essere sposati implica una non-serietà della relazione a cui bisogna rimediare con un matrimonio (ovviamente religioso). Il fatto che si voglia aspettare di capire se effettivamente la coppia funzioni bene viene visto come un segno di sfiducia e insicurezza nei confronti della relazione, perché ovviamente tutti sanno che “sai subito se è quello giusto“, che le coppie sposate male assortite non esistono, e che gli asini volano.
    Allo stesso modo, una donna può solo essere veramente felice diventando madre, dato che il suo ruolo principale è quello di incubatrice e il fatto di essere una persona con sogni, preferenze, paure e aspirazioni proprie è un dettaglio irrilevante. L’uomo, dal canto suo, è fisiologicamente incapace di prendersi cura di sé, del luogo in cui vive e di compiere tutte quelle azioni quotidiane che nella società contemporanea definiremmo “essere un adulto autonomo e responsabile”. Ovviamente deve anche avere una fissazione maniacale per il sesso e avere lo stesso livello di autocontrollo di un automa programmato per l’inseminazione di massa. Non sia mai che si tratti di un individuo dalla personalità unica, non necessariamente riconducibile a fantomatici modelli universali.
    Ora, gli esempi appena citati scaturiscono da concetti saldamente radicati nella forma mentis dei più tradizionalisti. Di conseguenza, trovo davvero difficile parlare con loro del mio modo di vivere la vita o partecipare a qualsiasi altra discussione senza rimpiangere il progresso sociale in tema di diritti civili e parità di genere che la Svezia ha già raggiunto decenni fa. A dirla tutta, diventa difficile persino dire di essere diventata vegetariana o farsi vedere con un colore di capelli diverso dal solito.
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  • “Tutto il mondo è paese!”
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    Questa frase mi viene ripetuta costantemente, tanto che oramai mi sono rassegnata al fatto che ogni singolo rientro comprenderà, fra le altre cose, almeno una o due invocazioni del suddetto mantra ineluttabile. Per quella che ritengo essere ironia della sorte, i seguaci più arditi di questa filosofia sembrano essere perlopiù coloro i quali, il naso fuori di casa, davvero non l’hanno messo mai.
    Per carità: vi è certamente del vero nel sostenere che alcuni difetti siano parte della natura umana e, in quanto tali, comuni a qualsiasi popolo o nazione. Tuttavia, sopporto a fatica l’aria di sufficienza adornata dal classico sorriso beffardo di chi adopera questa frase con il palesissimo intento di denigrare qualsiasi altro luogo che non sia l’Italia e, al tempo stesso, insinuare una fantomatica superiorità della stessa.
    Ora, non sento di certo il bisogno di difendere la Svezia, soprattutto perché discutere con chi al massimo esce di casa per comprare il pane mi sembra piuttosto inutile. Eppure, questa frase continua a darmi fastidio e non posso fare a meno di leggervi una punta di invidia, quasi come se si gioisse delle disgrazie altrui per rassicurarsi del fatto che, dopotutto, l’essere bloccat* in un luogo che alimenta la propria insoddisfazione (per qualsiasi motivo: mancanza di lavoro o altro) sia l’alternativa migliore.
    Detto ciò, ci terrei a precisare che l’Italia non è necessariamente un luogo in cui è impossibile realizzarsi o sentirsi felici: semplicemente, il mio riferimento all’insoddisfazione nasce dal fatto che chi utilizza questa frase nella modalità da me descritta è anche la medesima persona che non fa altro che lamentarsi di quanto la propria vita faccia schifo per motivi direttamente riconducibili alla sua collocazione nel mondo.
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  • Andarsene è facile, i veri eroi sono quelli che rimangono

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    Tutte le medaglie dei veri eroi che rimangono.

    Altro grande classico caro alla medesima categoria di persone dell’esempio precedente. Anche in questo caso, si tratta di una critica (nemmeno troppo velata) nei confronti di chi ha lasciato l’Italia per trovare un impiego stabile o per seguire le proprie aspirazioni.
    Già, perché è davvero inaccettabile che qualcuno, resosi conto di voler una vita diversa, faccia qualcosa affinché ciò avvenga. Molto meglio, piuttosto, stagnare nella propria immobilità e tristezza, perché del resto non c’è niente di meglio che salvare il paese lavorando in nero e facendosi pagare in visibilità.
    Grazie tante, ma potete tenervi pure titoli e onorificenze: io ho una vita sola e voglio provare a viverla in modo dignitoso. Farò l’eroina quando saprò di poter fare anche solo una minima differenza, cosa che di certo non avverrà assecondando di proposito lo stesso circolo vizioso a monte del problema.
    Come nel caso di “tutto il mondo è paese“, si incolpa chi lascia l’Italia per dar sfogo alla propria frustrazione. Si tratta di una manifestazione pratica del famoso “mal comune, mezzo gaudio“, seppur all’inverso: constatare che realtà diverse sono ancora possibili crea un disagio talmente grande da causare l’immediato bisogno di sminuire i traguardi altrui e sopraelevare la propria posizione, rivestendola di una non meglio specificata nobiltà d’ideali (quando invece le motivazioni dietro la permanenza, forzata o meno che sia, sono tutt’altre – e non mi permetterei mai di giudicarle).
    Che poi, a dirla tutta, andarsene è tutt’altro che facile, ma chiunque abbia un minimo di esperienza nel campo lo sa già.

  • Mezzi pubblici: ritorno alla preistoriaphoto-1485852673666-dcbe2cbe5227Guardiamo in faccia la realtà: non tutti gli angoli del Bel Paese sono stati raggiunti da un sistema di trasporto pubblico efficiente. E quindi, a meno che si abbia a disposizione un’auto (e la si possa guidare), ogni singolo spostamento diventa improvvisamente un’impresa titanica. Attese a vuoto alle fermate degli autobus, ingorghi nel traffico e infinite missioni di ricerca delle tabelle con gli orari delle corse: decisamente qualcosa di cui non sento affatto nostalgia.
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  • Gente che aspetta l’ultimo momento per chiederti di uscire (e che si offende se non si riesce ad organizzarsi)
    clear glass with red sand grainerPrima che diventassi io l’espatriata, ho visto accadere la medesima cosa ad amici e parenti emigrati altrove, quindi la considero ormai una legge universale: ci sarà sempre quella persona che ti contatterà all’ultimo momento per chiederti se, per caso, hai modo di organizzare un’uscita insieme. Ora, questo va detto: fa sempre piacere che qualcuno voglia vederti, anche se dovesse trattarsi di qualcuno di inaspettato (parenti lontani ne abbiamo? Ma sì, dài, quelli che giurano di amarti come una figlia sebbene tu li abbia visti sì e no due volte in tutta la tua vita). Tuttavia, è importante ricordare che chi rientra in Italia per le vacanze ha, di norma, circa una cinquantina di persone da vedere ogni mezz’ora e solo pochi giorni a disposizione. Quindi, bisogna necessariamente contattare l’interessato/a per tempo, soprattutto se non si è nella cerchia di amici e parenti strettissimi che la persona in questione avrà certamente provveduto a contattare da sé. Davvero, non è per cattiveria o perché ci si è “montati/e la testa”: è semplicemente naturale che, dato il tempo limitato, si dia priorità alle persone più vicine. Questo non vuol dire che non si possa incontrare nessun altro, ma va da sé che mostrare interesse per tempo è indispensabile.
  • “Tu non c’eri…”
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    …E quindi, automaticamente, non deve potermene importare nulla. O almeno questo è ciò che fin troppe persone sembrano pensare di chi è emigrato/a.
    Abitare lontano non ci impedisce di avere sentimenti: se una persona a cui siamo legati/e si ammala gravemente, se un amico/a soffre, se qualcosa di spiacevole accade a qualcuno a cui teniamo, stiamo male anche noi, e la distanza non fa altro che farci sentire impotenti, piuttosto che attutire il dolore.
    C’è poco da fare: non saremo lì a piangere con voi in sala rianimazione, non compiremo lo sforzo fisico e mentale di fare avanti e indietro dall’ospedale a tutte le ore del giorno, né potremo offrire fisicamente una spalla su cui piangere. Certo è che nessuno vuole prendersi “meriti”  per azioni che non sono state compiute, né gareggiare a chi sta più male. Ma ciò è ben diverso dal non soffrire affatto: passare la notte in bianco nel tentativo di rimandare quanto più possibile il risveglio senza quella persona cara è qualcosa che facciamo anche noi, insieme a tutti quegli altri “rituali” spiacevoli tipici di questo genere di circostanze. Tutto ciò che chiediamo è che i nostri sentimenti siano trattati con rispetto: non abbiamo bisogno che tu, parente di milionesimo grado, ci faccia il riassunto degli sforzi che nostro fratello ha compiuto durante il coma di nostra madre, come se venissimo da Marte o avessimo vissuto in un bunker senza contatti con il mondo esterno.
    > “[Persona X] è stata grandissima durante quel periodo” – senza ombra di dubbio, ma grazie mille per avermene parlato come se io invece non me ne sia interessata per nulla. Davvero, non capisco quale sia l’intento di commenti del genere: se l’obiettivo è elogiare qualcuno, allora sarebbe meglio parlarne direttamente con la persona in questione, perché invece raccontarlo a me, che per forza di cose non potevo essere fisicamente presente (lavoro? Numero limitato di permessi? Qualcuno ne ha mai sentito parlare?), ha la subdola implicazione di un’assenza voluta nel momento del bisogno, cosa che non potrebbe essere più lontana dalla realtà. Se poi questo dovesse essere il messaggio principale… Be’, non basterebbe il resto della mia vita per trovare un modo sufficientemente esaustivo per mandarvi a quel paese.

Mi fermo qui. Aggiungereste o modifichereste qualcosa?

Alla ricerca del Natale svedese

Cover photo credits: Kerstin Berg

L’anno scorso non sono riuscita a passare il Natale in Svezia.

Avevo appena iniziato a lavorare e, di conseguenza, avevo a disposizione pochissimi giorni di vacanza che ho utilizzato in quelli che qui chiamano mellandagar, ovvero “giorni di mezzo” (alle festività segnate in rosso sul calendario, s’intende). Dopo aver prenotato un biglietto costosissimo, ho passato Vigilia, Natale e Santo Stefano con i miei parenti, per poi far ritorno a Stoccolma poco prima di Capodanno.

Ne è valsa la pena? Certamente.
Vedere la mia famiglia, specialmente i parenti più anziani che per forza di cose non possono usare Internet per sentirmi, è sempre una motivazione più che valida.

Si potrebbe migliorare qualcosa? Assolutamente sì.
Per quanto bello e importante sia vedere i parenti, bisogna ammettere che sarebbe un tantino più soddisfacente spendere meno e soggiornare qualche giorno in più. Per questi ed altri motivi, quest’anno ho deciso di far visita ai parenti italiani la prima settimana di Dicembre e trascorrere la settimana di Natale qui a Stoccolma.

In un certo senso, è come se passare le festività in Italia mi abbia impedito di avere un’esperienza “di prima mano” delle tradizioni natalizie svedesi. Per carità: molti degli eventi collegati al Natale non hanno luogo a ridosso del 25 Dicembre, quindi l’Italia c’entra relativamente. Però…
Fatto sta che un giorno mi sono svegliata e mi sono resa conto di non sapere nulla, e ripeto, nulla di come si trascorra il Natale a Stoccolma. Tutti ne parlano, ripetendo le solite tre cose messe in croce (ovvero: Lucia, julbord e Kalle Anka), ma sentir parlare di qualcosa non è lo stesso che averla vissuta. E l’anno scorso ero troppo distratta dal lavoro e dai miei millemila impegni per prendere fiato e rendermi conto di quanto effettivamente mi stessi perdendo.

Quindi quest’anno ho deciso di rimediare. All’inizio di Novembre ho promesso solennemente a me stessa che avrei preso parte a quanti più eventi natalizi possibili e che avrei cercato di “calarmi quanto più possibile nella parte”, cucinando e decorando tutto ciò che è tipico del periodo.

Ecco le mie gesta finora:

  • il 3 Novembre ho partecipato al Ljusfest (“Festival della Luce”) tenutosi a Hagaparken (un gigantesco parco nella parte nord di Stoccolma). Faceva freddo, c’era buio (sembra un controsenso, ma è proprio quella la ragione principale per cui si tiene il festival) e a dire il vero è stato molto meno sbalorditivo e mistico di quanto il nome possa suggerire. Certo, è possibile che la riva scelta da me e il mio sambo non fosse la più movimentata, dato che il parco si estende intorno a un lago (Brunnsviken) e che eventi di varia natura hanno avuto luogo lungo il suo intero perimetro. In sostanza, però, è stato comunque piuttosto caratteristico: dato che Novembre è il mese più tetro dell’anno, l’idea sarebbe quella di ricordare che la luce tornerà, che il sole splenderà ancora, e altre cose vagamente spirituali che, tra l’altro, sono alla base di “rituali” esteticamente molto gradevoli da vedere. Uno di questi è il cosiddetto fackeltåg, ovvero una processione in marcia su un sentiero illuminato esclusivamente da candele poste ai suoi lati. Tutti i partecipanti, a loro volta, portano con sé una torcia accesa per create ancora più luce. I bambini usano per lo più di lanterne elettriche, ma gli adulti sventolano allegramente torce infuocate. Non so quanto sicuro tutto ciò sia, dal momento che ho visto alcune torce mancare i capelli di varie persone per puro caso, ma evidentemente non devono esserci stati incidenti finora (altrimenti immagino ci sarebbe un minimo di protezione in più).

    Fackeltåg, Ljusfest 2019
    Fackeltåg al Ljusfest 2019. Credits: Lars Epstein

    Al medesimo festival ho anche assistito all’esibizione di un artista che ha eseguito vari numeri di giocoleria utilizzando torce accese ed altri strumenti infuocati.

    Esibizione al Ljusfest 2019. Credits: Lars Epstein
    Esibizione al Ljusfest 2019. Credits: Lars Epstein
  • il 16 Novembre ho trascinato il mio sambo all’evento ufficiale organizzato dalla città di Stoccolma per l’accensione delle luminarie natalizie a Kungsträdgården.
    Ma come, luci natalizie a Novembre?!
    …Già, quello che mi sono chiesta anch’io. Ma, come già detto, il mio compito quest’anno è vivere il Natale svedese così com’è, senza sollevare questioni o giudicare alcunché. E se questo implica dover cantare “Feliz Navidad” in piazza più di un mese prima della data effettiva, così sia.

    Maxischermo con il testo di "Feliz Navidad"
    La mia foto sfocatissima a riprova del fatto che non mi sto inventando nulla.

    L’evento è stato veramente piacevole. Molto affollato, ma con sufficienti possibilità di riuscire comunque a vedere qualcosa anche per i più lontani. Su un palco, si è esibito il coro natalizio Happy Voices intermezzato da diversi presentatori (il tutto in Svedese. Ringrazio di cuore i miei tre corsi di lingua di quest’anno per avermi permesso di seguire senza troppe difficoltà). Nell’area antistante al palco si trovavano anche diversi stand per l’acquisto di cibo e altre chincaglierie.
    Al momento debito, un milione di luci a LED è stato acceso e il presentatore di turno ha annunciato l’inizio ufficiale del Natale a Stoccolma (Stockholmsjul). Per chi fosse interessat*, è possibile informarsi su tutti gli eventi relativi a Stockholmsjul sull’apposito sito. Pare che ci tengano particolarmente all’uso dell’hashtag, quindi: #stockholmsjul.

    Luminarie natalizie a Stoccolma
    Luminarie natalizie a Stoccolma

Per il resto, ho diversi eventi futuri sulla mia lista:

  • Una serata natalizia a Rosendal (Djurgården) domani;
  • Visite ai mercatini natalizi nelle prossime settimane;
  • Alzarmi presto per vedere la processione di Santa Lucia (l’evento qui è conosciuto generalmente solo come “Lucia”) il 13 Dicembre;

E, dovesse esserci altro, non esiterò ad unirmi ai festeggiamenti.

Stoccolma e l’autunno

È Ottobre, le temperature non salgono oltre gli 11°C, e nelle seguenti parole riverso quanto di più sincero abbia nel cuore: io amo l’autunno qui a Stoccolma.

Provate a chiedere agli Svedesi, agli Italiani in Svezia, o ai residenti di qualsivoglia nazionalità: diranno tutti che non vale la pena visitare la Svezia in un periodo del genere.

Perché mai in autunno, quando si potrebbe venire a Luglio e indulgere in passeggiate nei boschi e picnic all’aria aperta? E perché non in inverno, semmai, e lasciarsi travolgere dalla bellezza mozzafiato dei panorami imbiancati e dalla magica atmosfera natalizia?

Chiunque sia residente a Stoccolma

Tutte motivazioni legittime, senza ombra di dubbio.

Però, però, però.

Nessun’altra stagione tinge Stoccolma di rosso, giallo e arancione quanto l’autunno. E se da un lato bisogna ammettere che è il grigio a farla da padrone in cielo, bisogna comunque riconoscere che nelle giornate di sole (che sono più di quante ci si possa aspettare) andare in giro per parchi e boschi è semplicemente incantevole.

Tra l’altro, trovo che visitare Stoccolma in autunno restituisca un’impressione della città di gran lunga più autentica rispetto a quanto possa farlo una visita in pieno Luglio. E, volendo spingermi ancor più in là, direi che il ritratto autunnale è persino più “realistico” di quello innevato. Dopotutto, non c’è nessuna garanzia che una o l’altra di queste condizioni atmosferiche (pieno sole da un lato e neve in pompa magna dall’altro) si manifestino davvero nei periodi in cui ci si aspetterebbe di trovarle. Nulla impedisce alle estati di rimaner fresche e per lo più nuvolose, e scommettere su un bianco Natale è persino più rischioso.

Detto ciò, non c’è assolutamente nulla di sbagliato nell’innamorarsi di Stoccolma ad Agosto o a Febbraio. Dopotutto, sono periodi molto caratteristici e costituiscono parte importante della “ciclicità” della capitale. Anche l’autunno ha le sue gemme nascoste, però.

I tappeti di foglie sui sentieri, ad esempio:

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O le bacche di tutti i colori che adornano i cespugli:

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O le apparizioni improvvise di funghi:

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E altri dettagli carinissimi:

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Insomma, secondo me ne vale assolutamente la pena!

Hur är det med mig?

Come da sempre risaputo, il tempo vola quando ci si diverte.
A dirla tutta, il tempo vola anche quando si ha un lavoro a tempo pieno e una capacità di conservare energia e motivazione fino alla fine della giornata pari a zero. Neanche a dirlo, nel mio caso si tratta per lo più della seconda.

E dunque, dato che è passato ormai quasi un anno dal fatidico trasferimento (sembra incredibile, lo so), poniamoci le solite domande di rito: come va? Come procede la mia vita qui in Svezia? Cosa ho fatto durante tutti questi mesi in cui non ho scritto neanche una riga?

Iniziamo col dire che, generalmente parlando, le cose procedono abbastanza bene. Non per ricalcare certi stereotipi, ma direi che è tutto abbastanza lagom: nulla di eccezionale e nulla di estremamente terribile, ma di tutto un po’.
Per fare un veloce riassunto degli eventi principali: durante i primi tre mesi di permanenza ho studiato per lavorare nel settore IT (periodo folle e stracolmo di stress), dopodiché ho firmato un contratto della durata di un anno presso un’azienda che ha i suoi uffici a Solna. A partire da quel momento, le mie giornate si sono svolte più o meno così (con qualche variazione di tanto in tanto, ma giusto per dare un’idea): sveglia alle sette, seconda sveglia alle sette e un quarto, toeletta mattutina e combo bus + pendeltåg per catapultarmi a Solna alle 8:40 circa; lavoro ininterrotto per circa otto ore, pendeltåg + bus fino a casa, commissioni varie (ad esempio spesa o roba da ritirare alla posta), preparazione della cena e faccende varie, sonnolenza inarrestabile e conseguente crollo sul letto, per poi ricominciare tutto da capo.

Come già detto, nulla di fantsmagorico, quanto piuttosto la monotona vita di una persona come un’altra. Cos’altro ho fatto che possa essere considerato degno di nota?
Ho ricevuto il personnummer, cosa che mi ha aperto le porte a decine di funzionalità utilissime (nella mia top 3: conto in banca svedese, Mobilt Bank-ID e il meraviglioso Swish), mi sono iscritta all’AIRE, ho ricevuto la carta d’identità svedese, ho fatto richiesta per iscrivermi a Försäkringskassan (che sarebbe l’equivalente svedese dell’INPS), e, recentissimamente, mi sono unita alla lunghissima coda per l’affitto di un appartamento a Stoccolma (sistema unico e molto particolare, magari scriverò un post al riguardo se mai l’argomento dovesse diventare rilevante). Al momento vivo ancora con il mio sambo presso l’appartamento di sua proprietà e non ho bisogno di andare a vivere altrove, ma dato che la prudenza non è mai troppa e trovare anche solo uno scantinato in affitto a Stoccolma è un’impresa titanica, direi che vale comunque la pena mettersi in coda (soprattutto considerando che costa solo 200 corone all’anno, ovvero poco meno di 20€).

swedish

Lingua: quanto Svedese parlo dopo undici mesi dal mio arrivo? Talar jag svenska flytande än? 
Sicuramente molto più di prima. All’inizio pensavo di buttarmi sui corsi statali gratuiti (SFI), ma dopo l’arrivo di qualche stipendio e una volta comprovata la mia mancanza cronica di tempo (nonché le recensioni altalenanti su SFI), ho deciso che sarebbe stato meglio iscrivermi ai corsi serali di Folkuniversitetet. Ho iniziato da un livello B1 e mi sono trovata molto bene, quindi a Settembre cercherò di frequentare la seconda parte del corso per lo stesso livello (ce n’è anche una terza, ma magari ne riparliamo fra qualche altro mese e stipendio). Consiglio spassionato a tutti/e coloro che sono bloccati/e nel limbo del “Posso imparare da autodidatta, ho solo bisogno di un attimo libero”: quell’attimo non arriverà mai, quindi iscrivetevi a qualche tipo di corso, circolo, setta o quello che volete (basta che prendiate un qualche tipo di impegno) e amen. Fate un favore al vostro io futuro, il tempo scorre molto più velocemente di quanto possiate immaginare. Detto ciò, confermo che utilizzare Lagom lätt per coprire le basi (livelli A1-A2) da autodidatta è un ottimo investimento.

Varie ed eventuali personali: che altro è successo nella mia vita da expat?
Verso Febbraio scorso, nel bel mezzo della settimana lavorativa, ho perso un parente a me caro. Ho dovuto quindi prendere alla svelta tre giorni di vacanza e saltare sul primo volo disponibile il giorno seguente, indipendentemente da scali, costi, e tempi d’attesa. Col senno di poi, non mi è andata nemmeno tanto male, considerando che il costo del volo (prenotato il giorno prima) è stato comunque meno della metà di quanto ho speso per far visita alla mia famiglia nel periodo natalizio (vacanza prenotata con un mese e mezzo di anticipo!). So benissimo che questo non è altro che il primo di una lunga serie di eventi del genere, dato che, per forza di cose, situazioni come queste continueranno a ripetersi. La distanza in questi casi pesa davvero quanto un macigno, ma chiaramente non è nulla di inaspettato.

Durante le vacanze estive sono tornata per una settimana al paesello giù in Italia, portandomi dietro il mio sambo. Siamo miracolosamente riusciti a beccare l’unica settimana non afosa nell’intero mese di Luglio, cosa per cui sarò eternamente grata a chiunque gestisca il clima. Abbiamo per lo più cercato di visitare zone inesplorate della mia regione d’origine, ma senza troppe pretese (pranzo al sacco, borracce e scarpe comode l’hanno fatta da padrone). Per il resto, l’intera permanenza si potrebbe riassumere così: i miei genitori (che non spiccicano un’acca di Inglese) che cercano di offrire cibo al mio sambo, io che traduco l’offerta per la cinquantesima volta in un quarto d’ora, e il mio sambo che però ha già capito e cerca di declinare nel modo più gentile possibile. Insomma, una sempreverde rappresentazione dei rientri in patria con partner non Italiano.

Domani rientrerò in ufficio dalle vacanze estive (sigh), ma spero di poter continuare a fare altro nel tempo libero (principalmente lavorare sul mio Svedese e, perché no, scrivere qui un po’ più spesso).

Queste è il resoconto delle mie avventure fino a qui. Al prossimo aggiornamento!

Piccoli cambiamenti quotidiani

Cercare di integrarsi in un paese nuovo non è mai facile: possono volerci anni prima di riuscire ad adattarsi del tutto a determinate differenze, specialmente se di mole notevole come lingua e forma mentis. Tuttavia, esistono elementi di diversità che è possibile far propri quasi immediatamente.

Riguardo la parte “meno impegnativa” di ciò che ho dovuto modificare nella mia vita di tutti i giorni una volta trasferitami a Stoccolma, queste sono alcune delle abitudini da me adottate, di quelle messe da parte, di ciò che ho fatto mio delle stile di vita svedese e di ciò a cui ho dovuto rinunciare:

● Niente scarpe in casa

Certamente nulla di nuovo per chiunque sia entrat* in contatto con diverse culture durante i propri soggiorni all’estero: in Svezia, così come in molti altri paesi esteri, non si indossano le scarpe in casa. La motivazione addotta più frequentemente è, da un punto di vista generale, la volontà di non spargere all’interno delle abitazioni lo sporco proveniente dagli ambienti esterni; nello specifico, si tratta perlopiù di un modo come un altro per evitare di portare dentro casa eventuali rimasugli di neve, fango e altre amenità simili. Fatto salvo che le pantofole esistono anche qui e che all’interno di altri locali chiusi (bar, uffici, centri commerciali, ecc.) ognuno mantiene le proprie calzature (al massimo si cambiano con qualcosa di più pulito), la regola è valida anche per gli ospiti: via le scarpe se si va a trovare qualcuno e, di rimando, è bene mostrare a chiunque sia in visita un’area (generalmente accanto all’ingresso) in cui lasciare le proprie calzature.
Personalmente, adoro quest’usanza e mi piacerebbe che si diffondesse anche in Italia, sebbene, per quanto mi sembra di capire, molti considererebbero cattiva educazione la richiesta di togliere le scarpe da parte di chi si va a trovare. Pazienza.

blue boots classic comfort
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● Andare in giro vestita come mi pare

Tanto per rimanere in tema vestiario, qui a Stoccolma noto una varietà davvero ampia nelle scelte stilistiche personali. Premesso che la maggior parte di chi risiede ha sempre un che di “sofisticato” o comunque di molto curato (a prescindere dal fatto che la tenuta in questione possa piacere o meno), non è per niente raro vedere chiome di tutte le forme e colori, nonché piercing, tatuaggi, abiti dalle tinte appariscenti (talvolta una dozzina, tutte insieme) o dai modelli molto poco “ortodossi” (giaccone dal pelo lungo in perfetto stile “pecoraio”? Ce l’abbiamo! Camicione fucsia leopardato infilato all’interno dei pantaloni solo per metà? Presente!). La questione non riguarda solo i/le più giovani, dal momento che nemmeno le persone più anziane sembrano farsi troppi problemi a seguire le tendenze più strampalate. E, al contrario di quanto si potrebbe pensare, questa variegatissima espressione di sé non sembra precludere l’accesso a determinati mestieri: ho visto cassieri, così come commesse di boutique rinomate, presentatrici televisive e agenti di polizia sfoggiare septum tanto quanto tatuaggi dalla grandezza di arti interi senza problemi di sorta. Neanche a dirlo, nessuno viene importunat* per via di ciò che indossa. Amo questo livello di libertà di espressione e apprezzo, soprattutto, la mancanza di canoni rigidi nel vestiario delle persone meno giovani: gli abiti che piacciono, piacciono indipendentemente dall’età e nessuno dovrebbe sentirsi a disagio per questo. Per quanto mi riguarda, trovo liberatorio sapere che, indipendentemente da quanto ridicola possa sentirmi indossando un certo capo o con un nuovo taglio di capelli, a nessuno importa niente e non avrò mai problemi al riguardo.

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● Cambiare promozione telefonica ogni mese

I mobilabonnemang (quelli che in Italia chiamiamo per lo più “promozioni a rinnovo automatico”) sono l’opzione più diffusa in Svezia. Questi abbonamenti telefonici funzionano esattamente come in Italia: ogni mese si paga una certa somma per avere accesso a un determinato piano tariffario e, allo scadere del periodo di utilizzo, scatta l’addebito per il periodo successivo. Ciò che invece funziona in modo diverso è la cosiddetta SIM ricaricabile, qui chiamata kontantkort. Cos’ha di speciale? Prima di tutto, si può acquistare anche in assenza di personnummer, opzione non valida per i mobilabonnemang e motivo per cui risulta particolarmente popolare fra gli expat residenti. In secondo luogo, si può “ricaricare” ogni mese a seconda del piano tariffario del quale si intende usufruire: a differenza degli abbonamenti telefonici, non è previsto alcun rinnovo automatico ed è possibile cambiare piano tariffario ogni mese a seconda delle esigenze, così come non attivare alcun piano tariffario in particolare se lo si desidera. Ho apprezzato la versatilità della mia kontantkort durante il mio rientro natalizio in Italia: sebbene il piano tariffario (meno costoso) che utilizzo normalmente non includa traffico estero, passare ad un piano diverso per l’occasione è stato estremamente semplice e non ha richiesto che scomodassi customer service o chissà che altro. È bastato recarmi, come di consueto, al più vicino Pressbyrån e ricaricare la SIM con l’opzione da me scelta.

oneplus smartphone black and white sim
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● Dare del “tu” a tutti

Che si tratti del proprio capo, del proprio migliore amico, dei suoceri o della vicina di casa che fa di tutto pur di non incrociare nessuno sul pianerottolo, è del tutto normale rivolgersi agli Svedesi dando loro del “tu” indipendentemente dal grado di confidenza o formalità. Molto spesso ci si presenta omettendo il cognome (ed evitando formule del tipo “Sig./Sig.ra X”), ci si dà una stretta di mano e poi si prosegue la conversazione utilizzando i pronomi du (“tu”), dig (“te”) e din (“tuo/a/oi/ue”). Eccezione alla regola: i reali svedesi, ai quali ci si rivolge utilizzando la formula Ers Majestät (“Vostra Maestà”).

two people shaking their hands
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● Il magico ecosistema solitario dei mezzi pubblici

C’è una sorta di regola non scritta, qui a Stoccolma: si interagisce il meno possibile sui mezzi pubblici. Dire che nessuno scambi mai due chiacchiere o che il tragitto avvenga nel più assoluto silenzio sarebbe esagerato, dato che c’è sempre la classica persona impegnata in una chilometrica e altrettanto rumorosa conversazione telefonica (solitamente ignara dell’odio generale che tutti provano in segreto nei suoi confronti). Tuttavia, chi non conversa al telefono di solito s’intrattiene col cellulare in altri modi: giochi, serie TV, e-book, e chi più ne ha, più ne metta. C’è anche chi si porta dietro ingombranti mattoni letterari da fare invidia alla Bibbia, e non è raro scorgere passeggeri intenti a dormire nella più beata calma. La regola è sempre una: disturbare il meno possibile. Nessuno considera maleducazione farsi gli affari propri sulla metro, neanche in presenza di conoscenti o amici: al contrario, è più probabile che si venga malvisti nel tentativo di forzare chiacchiere sul tempo o altri argomenti di circostanza solo perché ci si sente in dovere di farlo.

four persons sitting on yellow leather padded bench
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● L’ipnosi da schermo del cellulare

La storia del farsi i fatti propri va, per forza di cose, di pari passo con l’utilizzo del cellulare. Detto ciò, è pur vero che l’ossessione per l’aggeggio elettronico supera di gran lunga i livelli che ho avuto modo di osservare in altre città europee. A Stoccolma, la gente cammina per strada mentre finisce di guardare la serie TV precedentemente iniziate sul treno, senza curarsi di chi o cosa abbia davanti, neanche se dovesse esserci un burrone; neanche a dirlo, tale scelta deambulatoria non ha grandi benefici pratici, dal momento che molte (troppe) persone non fanno che intralciare il tragitto altrui per via della propria lentezza o delle strane traiettorie causate dall’incapacità di vedere a un palmo dal proprio naso.

access adult blur business
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● Gioco d’azzardo come se fosse acqua

Le pubblicità per i casinò online sono praticamente ovunque. Guardare la TV equivale al sorbirsi qualcosa come settecentocinquanta spot diversi sul gioco d’azzardo (ognuno riguardante siti sempre nuovi, seppur identici in sostanza). I mezzi pubblici, dal canto loro, sono letteralmente infestati dalla continua e martellante pubblicità sull’argomento:
“Vincite sul tuo conto prima della prossima fermata!”, “Bonus di millemila corone per i nuovi clienti!”, “Casinò X, il casinò più Y che c’è!”, e così via.
Non so bene quanto quest’insistenza pubblicitaria rifletta le reali abitudini di gioco degli Svedesi, ma è pur certo che il gioco d’azzardo sembra essere un argomento per nulla tabù. Sebbene sia difficile fare paragoni diretti con l’Italia, specialmente adesso che gli spot televisivi al riguardo sono stati vietati, non c’è dubbio che lo stigma sociale che normalmente accompagna l’intero ambiente sembra semplicemente non esistere qui in Svezia: ho una moltitudine di colleghi che hanno lavorato o che non avrebbero problemi a lavorare nel settore, per non parlare di quelli che hanno in cantiere il proprio casinò online personale (mica scemi!). Ammetto di essere fortemente prevenuta sulla questione: il gioco d’azzardo non riflette la mia idea di divertimento e nel mio immaginario si tratta di un’attività troppo spesso legata al malaffare che trae profitto dal meccanismo d’induzione alla dipendenza dei suoi clienti. Certamente, la questione è molto più complessa di così e la mia rimane sempre e comunque un’opinione personale. Tuttavia, a prescindere da ciò, trovo quest’incessante “chiamata al tavolo da gioco” davvero fastidiosa, se non altro per la frequenza e onnipresenza.

person playing poker
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● La non così ovvia dipendenza dal sole

Gli Svedesi sono un popolo abituato a vivere nel buio pressoché totale per metà dell’anno. Immersi nella propria routine quotidiana, il fattore luce naturale non sembra scomporli più di tanto, perché tanto c’è sempre qualcosa di cui occuparsi. Poco importa che a Gennaio il sole sembri un lontano ricordo, o che le poche ore di luce risultino sempre soffocate da un’eterna cortina di nuvole grigie in cielo. Quanto stoicismo! Per non parlare di quanto sia ammirevole quest’abilità nel non farsi influenzare dalle condizioni atmosferiche, giusto?
Sbagliato.
Avranno pur fatto i calli al maltempo, ma gli Svedesi reagiscono alla presenza del sole in un modo incredibilmente… tenero, per mancanza di termini più appropriati. Quando il sole decide di far capolino, l’intera popolazione di Stoccolma si riversa per le strade della città per accamparsi sul primo fazzoletto di terra a portata di mano e godersi il sole. Se denudarsi quasi completamente può giovare alla causa, be’… così sia. A volte, specialmente in inverno, può anche capitare di imbattersi in qualche Svedese che se ne sta lì impalato sul marciapiede, completamente fermo, rivolto verso il sole e con gli occhi socchiusi. Da Italiana, trovo tutto ciò molto divertente, ma devo ammettere di starmi facendo contagiare.

Svedesi in totali adorazione del sole
Credits: Sofie Wiklund/TT

Mi fermo qui, anche se ci sarebbe ancora molto da dire.
Per chi vive in Svezia, aggiungereste qualcosa alla lista? E per chi vive in Italia (o altrove), ci sono aspetti da me descritti che vi hanno sorpreso?

Un’accozzaglia di pensieri in ritardo

Dal comfort della mia vecchia camera da letto in Italia, auguro a chiunque stia leggendo un buon Natale e un felice anno nuovo. Che si tratti di Natale, Saturnalia, Chanukkah, Sol Invictus, o altre festività celebrate nello stesso periodo, spero sia per voi un periodo piacevole a prescindere dalle vostre credenze.

Personalmente, non sono religiosa. Quando mi vengono poste domande al riguardo, rispondo sempre di essere agnostica. Ciononostante, mi piace pensare ai giorni successivi al solstizio d’inverno come un’occasione per stare vicina alla mia famiglia, motivo per cui mi trovo adesso in Italia. La mia visita sarà breve e rientrerò appena prima della fine dell’anno, giusto in tempo per spremermi le meningi sull’eterna questione irrisolta del cosa fare per Capodanno. Il mio sambo sembra aver ricevuto una serie di inviti fra cui scegliere, ed essendo io a corto di occasioni altrettanto festaiole, immagino lo seguirò qualunque sia il verdetto finale.

Visto e considerato che questo sarà probabilmente l’ultimo post del 2018, mi piacerebbe ricapitolare gli eventi dell’ultimo mese per farne un po’ il bilancio.

Mettiamola così: verso la seconda metà di Dicembre avevo iniziato a scrivere un post riguardante il Natale e l’anno nuovo qui a Stoccolma. Il testo barrato qui sopra è una parte di ciò che ne rimane. Avevo programmato di soffermarmi un po’ sulle feste e le tradizioni svedesi, nonché su quanto meravigliosa appaia la città sotto la neve. Poi, però, non so bene cosa sia successo, ma il post ha iniziato a prendere una piega piuttosto lamentosa:

Dicembre è stato un mese tosto, decisamente lontano dal periodo rilassante in cui avevo sperato.

Ho iniziato un nuovo impiego presso un’azienda del settore IT, per la quale contribuisco allo sviluppo dei propri siti web. L’edificio in cui lavoro è situato a Solna, comune a nord di Stoccolma raggiungibile dal centro tramite metro e pendeltåg (treno di scambio utilizzato principalmente dai pendolari). Prima dell’impiego attuale, non avevo mai visitato Solna e l’avevo sentita menzionare solo raramente. Pensavo si trattasse di una circoscrizione come un’altra e, nella mia ignoranza, non sapevo nemmeno si trattasse di una città in senso proprio. La rivelazione in sé non è stata nemmeno del tutto immediata, dal momento che, indipendentemente dai mezzi di trasporto scelti, il tragitto fra il centro di Stoccolma e Solna riserva ben poco da vedere: un triste ammasso di capannoni industriali immerso in un grigiume degno della più anonima periferia. Non so a quale delle due città appartenga questo mistico panorama, ma in ogni caso ho creduto per troppo a lungo che Solna non fosse altro che la zona industriale di Stoccolma. Probabilmente le aree centrali della città sono più gradevoli, ma purtroppo, complice la stagione fredda, il mio tragitto quotidiano fra casa e lavoro farebbe intristire persino il più allegro dei personaggi Disney.

Vista sul deprimente tragitto fra Stoccolma e Solna
Vista sul deprimente tragitto fra Stoccolma e Solna

I ritmi di lavoro in sé non sono eccessivamente incalzanti, e l’atmosfera in ufficio è decisamente più rilassata rispetto a quella del corso di formazione che ho frequentato in precedenza. C’è molta libertà riguardo al lavorare da casa nell’eventualità di problemi con i trasporti pubblici o leggeri malanni, e i miei colleghi sono sempre disposti a chiarire i miei dubbi da new entry. Sono tutte qualità che apprezzo, e alcune di queste sono persino inaspettate. Tuttavia, questo è il mio primissimo impiego stabile in un settore del tutto nuovo, motivo per cui non riesco a fare a meno di sentirmi ancora inadeguata e decisamente di poca utilità. Per l’intero mese ho convissuto con un’ansia martellante mista ad un velato senso di oppressione: sarebbe facile attribuire il tutto alla classica sindrome dell’impostore, ma in verità credo che le radici del mio scontento attraversino diversi livelli di profondità.

Credo di aver raggiunto una sorta di saturazione del nuovo: mi trovo in un paese nuovo con una cultura diversa dalla mia; sono circondata da conversazioni in una lingua che comprendo a stento; sono passata dall’avere un ampio margine di libertà nella gestione del mio tempo all’avere a malapena quattro ore al giorno per fare qualsiasi cosa che non abbia a che vedere con il lavorare, dormire, o con le faccende domestiche; svolgo un nuovo impiego relativo ad un campo per nulla familiare; per finire, sebbene non sia fonte di stress, anche la mia situazione di convivenza domestica è relativamente recente.
Può darsi che sia solo questo, ovvero un eccesso di novità a cui devo tassativamente adattarmi giorno dopo giorno senza alcun punto di ancoraggio. O magari questo nuovo settore lavorativo non fa per me. Mi ripeto che non dovrei giungere a conclusioni affrettate dopo così poco tempo, eppure non riesco a liberarmi dall’idea di tornare ad un settore meno “robotico” una volta appresa la lingua per bene. Al momento, però, ho le mani legate. Per niente di meno, la vita in ufficio riserva anche momenti divertenti, ad esempio la quotidiana visione delle classiche ciabatte della nonna indossate sopra i calzini bianchi da uno dei miei colleghi.

Le mitiche ciabattine comode indossate da un collega in ufficio
Le mitiche ciabattine comode indossate da un collega in ufficio

Ehm.

Per farla breve, non sono più riuscita a continuare il sovrastante capolavoro letterario e ho lasciato che le festività passassero senza avere davvero intenzione di rimetterci mano. Giusto qualche appunto: alla fine, io e il mio sambo abbiamo passato il Capodanno a casa dato che l’evento a cui avevamo deciso di andare è stato annullato all’ultimo momento ed era ormai troppo tardi per mettere in atto un piano B. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è stata una serata davvero piacevole, che abbiamo trascorso guardando le classiche trasmissioni in TV, mangiando, bevendo, e giocando a carte.

Ora, io avrei potuto tranquillamente cancellare ciò che avevo scritto in precedenza dato che, tutto sommato, le cose vanno già di gran lunga meglio a distanza di un solo mese: ho finalmente ricevuto il mirabolante personnummer, sono andata a richiedere la carta d’identità svedese, sto cercando di aprire un conto in banca e ho smesso di avere attacchi di panico al lavoro. Eppure, non me la sono sentita di cancellare quanto scritto. Non credo ci sia motivo di fingere che tutto sia sempre rose e fiori, anzi: molto spesso mi ritrovo in balìa di problemi e contraddizioni con cui non mi sarei mai aspettata di avere a che fare. Però si sopravvive, si impara e si va avanti. Mi piace attribuire parte di questo processo catartico proprio all’avere un brutale e onesto resoconto dei periodi meno piacevoli sempre sott’occhio, in bella vista, in modo da poter osservare le mie stesse riflessioni da lontano (“col senno di poi”, direbbe mia madre) e riscontrare con sollievo che, a volte, è davvero solo questione di tempo prima che torni a splendere il sole.

Tre mesi o poco più

Primi di Dicembre: Natale (quasi) alle porte, temperature in costante discesa, e tre mesi di Svezia già alle spalle.

Meteo 28 Novembre 2018, Stoccolma

Che dire? Il tempo vola.
Sono stata impegnatissima con il corso di formazione che ho iniziato a frequentare agli inizi di Settembre (ne avevo accennato un po’ qui, per chi non ricordasse) , al punto da non trovare nemmeno il tempo per respirare. Per quanto mi sia sforzata di scrivere (o fare qualsiasi attività che non avesse a che vedere con il collassare sul letto a causa dello sfinimento), non sono davvero riuscita a trovare l’energia fisica e/o mentale per farlo.

Paradossalmente, la situazione sembra essersi stabilizzata proprio durante le ultime due settimane, ovvero quelle dedicate al “progetto finale” da consegnare prima del “diploma”. Dopo i ritmi massacranti di questi ultimi tre mesi (costellati di esami, momenti di tensione, nonché di continui cambi dell’argomento all’ordine del giorno), è finalmente giunto il momento di dimostrare che, sì, noi studenti abbiamo imparato a fare quel che faremo da consulenti e che possiamo cavarcela da soli. Risultato? Adesso posso arrivare in ufficio con la certezza di rivedere ciò a cui ho lavorato i giorni precedenti, sapendo, tra l’altro, che rivedrò le medesime cose il giorno seguente. Ciò mi permette di strutturare le mie giornate in modo sensato, senza sentirmi costantemente in lotta contro il tempo e con una spada di Damocle sopra la testa.

Senza voler reiterare troppo, questo periodo è stato infinitamente stressante e sono contenta che sia giunto al termine. Oltre al tempo e all’energia richiesti giornalmente per partecipare al corso (le cui tempistiche sono equivalenti a quelle di un lavoro a tempo pieno, ma senza alcuna retribuzione), ho trovato estremamente fastidiosa l’impossibilità di concentrarmi sul miglioramento del mio Svedese (data la mancanza di tempo libero ed energia). Tuttavia, è stato un sacrificio assolutamente necessario per uscire dal circolo vizioso di cui, altrimenti, sarei rimasta prigioniera per ben più a lungo: niente lavoro, quindi niente personnummer, e di conseguenza niente corsi gratuiti (quelli privati sono esclusi in partenza dall’attuale carenza di entrate).

Nonostante questi particolari meno gradevoli, mi ritengo comunque estremamente fortunata, dal momento che inizierò a svolgere il mio lavoro presso un’azienda esterna a partire dal prossimo lunedì. Sperando, quindi, di non combinare disastri di dimensioni titaniche nel mentre, mi permetto di essere un tantino più speranzosa riguardo alla possibilità non troppo lontana di avere il tempo di concentrarmi anche su qualcos’altro, oltre che sul lavoro.

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Cambiando argomento, qualche settimana fa ho acquistato un biglietto di andata e ritorno per la mia città di origine, che visiterò durante il periodo natalizio. Neanche a dirlo, ho dovuto sborsare più di 600€ per un volo con millemila scali e solo con bagaglio a mano. Per chi se lo stesse chiedendo, io sono una di quelli che visitano i siti delle compagnie aeree esclusivamente con navigazione in incognito, senza cookie precedentemente impostati, e durante i periodi generalmente ritenuti più convenienti all’acquisto (fra novanta e sessanta giorni prima della data del volo). Nonostante tutte queste accortezze, i prezzi sono rimasti proibitivi e mi sono, infine, dovuta rassegnare al furto all’acquisto.

Spero comunque di poter aggiungere un bagaglio in stiva, dato che mi piacerebbe portare qualcosa ai miei familiari (regali di Natale? Souvenir? Ancora non so) e, viceversa, portare dall’Italia certi articoli non reperibili in Svezia: uno fra tutti, l’orzo solubile. Vorrei tanto berlo durante le mattine d’inverno, un po’ perché non bevo caffè e un po’ perché non so quanto sia sano trangugiare tazze di tè ogni cinque minuti (che è ciò che faccio attualmente). Un po’ di varietà, perdinci!

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Riguardo alla questione personnummer, avevo menzionato in precedenza che avrei fatto un nuovo tentativo di richiesta proprio nel corso del mese appena trascorso. Ebbene, così è stato: quattro settimane fa ho firmato il contratto con il mio datore di lavoro principale e, il primo giorno utile, mi sono recata a Skatteverket per presentare una nuova richiesta. Tutto è sembrato filare liscio stavolta, se non fosse per il fatto che sto ancora aspettando il responso (che dovrebbe arrivare via posta) e spero davvero non ci voglia un’eternità. A questo punto, non mi infastidirebbe nemmeno troppo il dover aspettare un’altra settimana o due, ma pare che l’azienda per cui inizierò l’attività di consulenza necessiti del magico numerino per ordinare i miei strumenti di lavoro. Quindi, speriamo davvero che non ci siano intoppi di alcuna sorta e che il tutto possa arrivare il prima possibile.

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Il sentiero che conduce a Skinnarviksberget

Per chiudere, vorrei scrivere due paroline sugli angoli di Stoccolma in cui ho trascorso alcune ore del mio (poco) tempo libero nell’ultimo periodo. Si tratta per lo più di parchi e punti panoramici, e non vedo l’ora che le temperature si addolciscano per poterli visitare nuovamente.

Il primo è Tantolunden: si tratta di un parco bagnato dal mare e situato sull’estremità occidentale dell’isola di Södermalm, nei pressi di Hornstull (una delle fermate della metro).
È parecchio grande e quasi sempre allietato da visitatori, siano questi pensionati, atleti, adolescenti, o genitori con bambini. È, senza ombra di dubbio, il luogo ideale per passeggiate rilassanti o altri tipi di attività ricreative, come picnic ed esercizio fisico all’aria aperta. È dotato di panchine, accesso facilitato per persone diversamente abili, e attrezzi per svolgere attività fisica. Non ho ancora avuto il piacere di visitarlo durante l’inverno, ma, secondo Visit Stockholm, Tantolunden è un punto di ritrovo molto popolare anche fra coloro che amano andare in slittino sulla neve, data la pendenza creata dall’iconica collina.

Tantolunden
Tantolunden durante una giornata d’autunno

Tantolunden in inverno
Tantolunden in inverno – Adam Grimshaw (Lonely Planet)

Un’altra destinazione con molto da offrire è Djurgården, un’isola nel cuore di Stoccolma raggiungibile tramite un ponte su Strandvägen a Östermalm (il lato est della città).
Per un certo periodo di tempo, Djurgården è stata territorio di caccia privato per la famiglia reale e tutt’oggi appartiene alla corona. Tuttavia, turisti e persone comuni possono accedere liberamente all’isola per visitare le molteplici attrazioni situate su di essa, fra cui il Museo Vasa, il Museo degli ABBA, il museo all’aperto Skansen, nonché il luna park Gröna Lund. Centri culturali a parte, Djurgården rimane comunque un luogo piacevolissimo anche per coloro che vogliono trascorrere del tempo in mezzo alla natura senza dover acquistare alcun biglietto.

Östermalm vista da Djurgården
Östermalm vista da Djurgården

Statua della dea della pace a Djurgården
Statua della dea della pace a Djurgården

Chiudo con Skinnarviksberget, uno dei miei luoghi preferiti di sempre.
Si tratta del punto naturale più alto a Stoccolma ed è situato in prossimità di Zinkensdamm a Södermalm. Da qui è possibile vedere dall’alto Gamla Stan (il centro storico), il municipio di Stoccolma, il distretto Kungsholmen, e altri luoghi d’interesse. Vista mozzafiato a parte, amo Skinnarviksberget per il meraviglioso circondario di stradine immerse nel verde che permettono di scendere giù fino al mare. Consigliatissima una visita al tramonto, preferibilmente in autunno o primavera, e una lenta passeggiata in discesa verso il lungomare.

Vista panoramica da Skinnarviksberget
Vista panoramica da Skinnarviksberget

Vista panoramica da Skinnarviksberget
Vista da Skinnarviksberget

Skinnarviksberget al tramonto
Skinnarviksberget al tramonto

Sentiero verso Skinnarviksberget
Sentiero verso Skinnarviksberget

“Se upp för dörrarna. Dörrarna stängs!”

Il gelo si è, infine, fatto vivo.

Nessun preavviso, nessun segno che potesse far trapelare la sciagura incombente. Semplicemente, da un giorno all’altro, le temperature sono passate dal fresco frizzantino di un’estate appena trascorsa alla glaciazione totale con la stessa delicatezza di un piccone. Sia chiaro: non è nevicato e non c’è stato ghiaccio reale da nessuna parte (non qui a Stoccolma, almeno), però vedere il termometro scendere così tanto durante la prima metà d’autunno è stato decisamente destabilizzante.

Meteo 4 Ottobre 2018

Non che mi aspettassi le stesse temperature che mi sono lasciata dietro in Italia. Questo cambio così repentino, però, pare abbia sorpreso tutti, Svedesi compresi. “Il clima sta cambiando, diventa sempre più imprevedibile!“, mi dicono. A farne le spese è, senza troppe sorprese, il sistema immunitario di più o meno tutti. Cercare di indovinare quali saranno le prossime vittime dell’influenza è ormai lo sport più popolare in ufficio: ogni giorno c’è sempre qualche nuovo assente, e le perdite sono diventate così copiose che il nostro CEO ha iniziato a regalare vitamina C e gel igienizzante per le mani a tutti quelli che gli capitano a tiro.

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Tra l’altro, il segno più eclatante di quanto anormali siano queste ondate di gelo improvviso è il freddo all’interno degli edifici pubblici (fatto salvo per supermercati ed esercizi commerciali). Per chi non lo sapesse, i paesi nordici sono famosi per il loro efficientissimo sistema di riscaldamento centralizzato: dal momento che le temperature possono subire cali vertiginosi e stazionare ai loro valori minimi per parecchio tempo, le città e i comuni sfruttano il calore in eccesso prodotto da vari impianti energetici per fornire acqua calda alle abitazioni e agli edifici pubblici tramite una rete di tubature sotterranee. Queste tubature sono collegate a dei radiatori, presenti all’interno di ogni struttura, i quali garantiscono una temperatura costante all’interno di tutti gli edifici una volta giunta la stagione fredda. All’interno dell’appartamento in cui vivo con il mio sambo, per esempio, la temperatura non scende mai al di sotto dei 24°C: indossiamo regolarmente indumenti estivi indipendentemente dalla stagione. Parte del successo si deve anche all’ottimo isolamento termico derivante dai materiali di costruzione.

A grandi linee, funziona più o meno così: il sistema centrale fornisce acqua calda tutto l’anno, ma sono i proprietari di ciascun immobile a decidere l’arco di tempo in cui usufruirne per riscaldare l’edificio (non ne sono del tutto sicura, ma credo che il resto finisca comunque nei rubinetti durante tutto il corso dell’anno). Va da sé che tutto ciò ha un costo (pagato dai proprietari degli immobili), motivo per cui questo magico sistema non entra mai in funzione prima che ce ne sia davvero bisogno. Ed ecco che qui entra in gioco il fattore sorpresa: le temperature sono calate a picco ben prima del solito, e se di norma è possibile indossare indumenti leggeri anche in pieno inverno (quando il riscaldamento è ormai attivo da un pezzo), stavolta non c’è nessun conforto termico che invogli la gente a lasciare a casa il maglione di lana. Poi, ovviamente, ci sono casi e casi: nell’appartamento in cui vivo il riscaldamento è già attivo, per cui, come già detto, posso girare in canotta e pantaloncini in tutta tranquillità; in ufficio, invece, il radiatori sono ancora freddi come il marmo, per cui sono costretta ad indossare strati su strati che neanche gli insaccati a Natale. Insomma: è uno sfortunato periodo di mezzo in cui non posso far altro che vestirmi come se stessi affrontando un inverno italiano (ovvero cercando di risparmiare sulla bolletta tenendo i termosifoni spenti), ma pare che debba durar poco.

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Per il resto, sono successe varie cose, nessuna delle quali dall’impatto particolarmente rivoluzionario: diverse persone, fra colleghi e conoscenti, mi hanno chiesto di contattarle nel caso in cui dovessi imbattermi in stanze o appartamenti in affitto; ho mangiato circa quattro kanelbullar (rotoli alla cannella, dolci tipici svedesi) in un giorno qualsiasi, salvo poi scoprire che era la data ufficiale del Kanelbullens Dag (4 Ottobre); mi sono ritrovata imbottigliata nella confusione generata dai ritardi derivanti da problemi tecnici alla metro (sembra incredibile, ma a volte succede anche qui!); sto iniziando a segmentare ed assorbire un po’ meglio le frasi che sento frequentemente sui mezzi pubblici o negli ascensori, sperando di padroneggiare un po’ meglio la lingua in un futuro non troppo lontano. La mia preferita finora dà il titolo a questo post e la si può sentire a circa ogni fermata della metro: “Se upp för dörrarna. Dörrarna stängs!” è un invito a prestare attenzione alle porte del treno al momento della chiusura. Questo mantra rassicurante viene pronunciato dalla persona alla guida del treno appena prima di rimettersi in marcia e scandisce, ormai, ogni singolo tratto della mia spola fra casa e lavoro.

Trängsel på röda linjen på T-centralen. Foto: Mariela Quintana Melin/Sveriges Radio