Stoccolma e l’autunno

È Ottobre, le temperature non salgono oltre gli 11°C, e nelle seguenti parole riverso quanto di più sincero abbia nel cuore: io amo l’autunno qui a Stoccolma.

Provate a chiedere agli Svedesi, agli Italiani in Svezia, o ai residenti di qualsivoglia nazionalità: diranno tutti che non vale la pena visitare la Svezia in un periodo del genere.

Perché mai in autunno, quando si potrebbe venire a Luglio e indulgere in passeggiate nei boschi e picnic all’aria aperta? E perché non in inverno, semmai, e lasciarsi travolgere dalla bellezza mozzafiato dei panorami imbiancati e dalla magica atmosfera natalizia?

Chiunque sia residente a Stoccolma

Tutte motivazioni legittime, senza ombra di dubbio.

Però, però, però.

Nessun’altra stagione tinge Stoccolma di rosso, giallo e arancione quanto l’autunno. E se da un lato bisogna ammettere che è il grigio a farla da padrone in cielo, bisogna comunque riconoscere che nelle giornate di sole (che sono più di quante ci si possa aspettare) andare in giro per parchi e boschi è semplicemente incantevole.

Tra l’altro, trovo che visitare Stoccolma in autunno restituisca un’impressione della città di gran lunga più autentica rispetto a quanto possa farlo una visita in pieno Luglio. E, volendo spingermi ancor più in là, direi che il ritratto autunnale è persino più “realistico” di quello innevato. Dopotutto, non c’è nessuna garanzia che una o l’altra di queste condizioni atmosferiche (pieno sole da un lato e neve in pompa magna dall’altro) si manifestino davvero nei periodi in cui ci si aspetterebbe di trovarle. Nulla impedisce alle estati di rimaner fresche e per lo più nuvolose, e scommettere su un bianco Natale è persino più rischioso.

Detto ciò, non c’è assolutamente nulla di sbagliato nell’innamorarsi di Stoccolma ad Agosto o a Febbraio. Dopotutto, sono periodi molto caratteristici e costituiscono parte importante della “ciclicità” della capitale. Anche l’autunno ha le sue gemme nascoste, però.

I tappeti di foglie sui sentieri, ad esempio:

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O le bacche di tutti i colori che adornano i cespugli:

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O le apparizioni improvvise di funghi:

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E altri dettagli carinissimi:

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Insomma, secondo me ne vale assolutamente la pena!

Hur är det med mig?

Come da sempre risaputo, il tempo vola quando ci si diverte.
A dirla tutta, il tempo vola anche quando si ha un lavoro a tempo pieno e una capacità di conservare energia e motivazione fino alla fine della giornata pari a zero. Neanche a dirlo, nel mio caso si tratta per lo più della seconda.

E dunque, dato che è passato ormai quasi un anno dal fatidico trasferimento (sembra incredibile, lo so), poniamoci le solite domande di rito: come va? Come procede la mia vita qui in Svezia? Cosa ho fatto durante tutti questi mesi in cui non ho scritto neanche una riga?

Iniziamo col dire che, generalmente parlando, le cose procedono abbastanza bene. Non per ricalcare certi stereotipi, ma direi che è tutto abbastanza lagom: nulla di eccezionale e nulla di estremamente terribile, ma di tutto un po’.
Per fare un veloce riassunto degli eventi principali: durante i primi tre mesi di permanenza ho studiato per lavorare nel settore IT (periodo folle e stracolmo di stress), dopodiché ho firmato un contratto della durata di un anno presso un’azienda che ha i suoi uffici a Solna. A partire da quel momento, le mie giornate si sono svolte più o meno così (con qualche variazione di tanto in tanto, ma giusto per dare un’idea): sveglia alle sette, seconda sveglia alle sette e un quarto, toeletta mattutina e combo bus + pendeltåg per catapultarmi a Solna alle 8:40 circa; lavoro ininterrotto per circa otto ore, pendeltåg + bus fino a casa, commissioni varie (ad esempio spesa o roba da ritirare alla posta), preparazione della cena e faccende varie, sonnolenza inarrestabile e conseguente crollo sul letto, per poi ricominciare tutto da capo.

Come già detto, nulla di fantsmagorico, quanto piuttosto la monotona vita di una persona come un’altra. Cos’altro ho fatto che possa essere considerato degno di nota?
Ho ricevuto il personnummer, cosa che mi ha aperto le porte a decine di funzionalità utilissime (nella mia top 3: conto in banca svedese, Mobilt Bank-ID e il meraviglioso Swish), mi sono iscritta all’AIRE, ho ricevuto la carta d’identità svedese, ho fatto richiesta per iscrivermi a Försäkringskassan (che sarebbe l’equivalente svedese dell’INPS), e, recentissimamente, mi sono unita alla lunghissima coda per l’affitto di un appartamento a Stoccolma (sistema unico e molto particolare, magari scriverò un post al riguardo se mai l’argomento dovesse diventare rilevante). Al momento vivo ancora con il mio sambo presso l’appartamento di sua proprietà e non ho bisogno di andare a vivere altrove, ma dato che la prudenza non è mai troppa e trovare anche solo uno scantinato in affitto a Stoccolma è un’impresa titanica, direi che vale comunque la pena mettersi in coda (soprattutto considerando che costa solo 200 corone all’anno, ovvero poco meno di 20€).

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Lingua: quanto Svedese parlo dopo undici mesi dal mio arrivo? Talar jag svenska flytande än? 
Sicuramente molto più di prima. All’inizio pensavo di buttarmi sui corsi statali gratuiti (SFI), ma dopo l’arrivo di qualche stipendio e una volta comprovata la mia mancanza cronica di tempo (nonché le recensioni altalenanti su SFI), ho deciso che sarebbe stato meglio iscrivermi ai corsi serali di Folkuniversitetet. Ho iniziato da un livello B1 e mi sono trovata molto bene, quindi a Settembre cercherò di frequentare la seconda parte del corso per lo stesso livello (ce n’è anche una terza, ma magari ne riparliamo fra qualche altro mese e stipendio). Consiglio spassionato a tutti/e coloro che sono bloccati/e nel limbo del “Posso imparare da autodidatta, ho solo bisogno di un attimo libero”: quell’attimo non arriverà mai, quindi iscrivetevi a qualche tipo di corso, circolo, setta o quello che volete (basta che prendiate un qualche tipo di impegno) e amen. Fate un favore al vostro io futuro, il tempo scorre molto più velocemente di quanto possiate immaginare. Detto ciò, confermo che utilizzare Lagom lätt per coprire le basi (livelli A1-A2) da autodidatta è un ottimo investimento.

Varie ed eventuali personali: che altro è successo nella mia vita da expat?
Verso Febbraio scorso, nel bel mezzo della settimana lavorativa, ho perso un parente a me caro. Ho dovuto quindi prendere alla svelta tre giorni di vacanza e saltare sul primo volo disponibile il giorno seguente, indipendentemente da scali, costi, e tempi d’attesa. Col senno di poi, non mi è andata nemmeno tanto male, considerando che il costo del volo (prenotato il giorno prima) è stato comunque meno della metà di quanto ho speso per far visita alla mia famiglia nel periodo natalizio (vacanza prenotata con un mese e mezzo di anticipo!). So benissimo che questo non è altro che il primo di una lunga serie di eventi del genere, dato che, per forza di cose, situazioni come queste continueranno a ripetersi. La distanza in questi casi pesa davvero quanto un macigno, ma chiaramente non è nulla di inaspettato.

Durante le vacanze estive sono tornata per una settimana al paesello giù in Italia, portandomi dietro il mio sambo. Siamo miracolosamente riusciti a beccare l’unica settimana non afosa nell’intero mese di Luglio, cosa per cui sarò eternamente grata a chiunque gestisca il clima. Abbiamo per lo più cercato di visitare zone inesplorate della mia regione d’origine, ma senza troppe pretese (pranzo al sacco, borracce e scarpe comode l’hanno fatta da padrone). Per il resto, l’intera permanenza si potrebbe riassumere così: i miei genitori (che non spiccicano un’acca di Inglese) che cercano di offrire cibo al mio sambo, io che traduco l’offerta per la cinquantesima volta in un quarto d’ora, e il mio sambo che però ha già capito e cerca di declinare nel modo più gentile possibile. Insomma, una sempreverde rappresentazione dei rientri in patria con partner non Italiano.

Domani rientrerò in ufficio dalle vacanze estive (sigh), ma spero di poter continuare a fare altro nel tempo libero (principalmente lavorare sul mio Svedese e, perché no, scrivere qui un po’ più spesso).

Queste è il resoconto delle mie avventure fino a qui. Al prossimo aggiornamento!

 

 

 

Piccoli cambiamenti quotidiani

Cercare di integrarsi in un paese nuovo non è mai facile: possono volerci anni prima di riuscire ad adattarsi del tutto a determinate differenze, specialmente se di mole notevole come lingua e forma mentis. Tuttavia, esistono elementi di diversità che è possibile far propri quasi immediatamente.

Riguardo la parte “meno impegnativa” di ciò che ho dovuto modificare nella mia vita di tutti i giorni una volta trasferitami a Stoccolma, queste sono alcune delle abitudini da me adottate, di quelle messe da parte, di ciò che ho fatto mio delle stile di vita svedese e di ciò a cui ho dovuto rinunciare:

● Niente scarpe in casa

Certamente nulla di nuovo per chiunque sia entrat* in contatto con diverse culture durante i propri soggiorni all’estero: in Svezia, così come in molti altri paesi esteri, non si indossano le scarpe in casa. La motivazione addotta più frequentemente è, da un punto di vista generale, la volontà di non spargere all’interno delle abitazioni lo sporco proveniente dagli ambienti esterni; nello specifico, si tratta perlopiù di un modo come un altro per evitare di portare dentro casa eventuali rimasugli di neve, fango e altre amenità simili. Fatto salvo che le pantofole esistono anche qui e che all’interno di altri locali chiusi (bar, uffici, centri commerciali, ecc.) ognuno mantiene le proprie calzature (al massimo si cambiano con qualcosa di più pulito), la regola è valida anche per gli ospiti: via le scarpe se si va a trovare qualcuno e, di rimando, è bene mostrare a chiunque sia in visita un’area (generalmente accanto all’ingresso) in cui lasciare le proprie calzature.
Personalmente, adoro quest’usanza e mi piacerebbe che si diffondesse anche in Italia, sebbene, per quanto mi sembra di capire, molti considererebbero cattiva educazione la richiesta di togliere le scarpe da parte di chi si va a trovare. Pazienza.

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● Andare in giro vestita come mi pare

Tanto per rimanere in tema vestiario, qui a Stoccolma noto una varietà davvero ampia nelle scelte stilistiche personali. Premesso che la maggior parte di chi risiede ha sempre un che di “sofisticato” o comunque di molto curato (a prescindere dal fatto che la tenuta in questione possa piacere o meno), non è per niente raro vedere chiome di tutte le forme e colori, nonché piercing, tatuaggi, abiti dalle tinte appariscenti (talvolta una dozzina, tutte insieme) o dai modelli molto poco “ortodossi” (giaccone dal pelo lungo in perfetto stile “pecoraio”? Ce l’abbiamo! Camicione fucsia leopardato infilato all’interno dei pantaloni solo per metà? Presente!). La questione non riguarda solo i/le più giovani, dal momento che nemmeno le persone più anziane sembrano farsi troppi problemi a seguire le tendenze più strampalate. E, al contrario di quanto si potrebbe pensare, questa variegatissima espressione di sé non sembra precludere l’accesso a determinati mestieri: ho visto cassieri, così come commesse di boutique rinomate, presentatrici televisive e agenti di polizia sfoggiare septum tanto quanto tatuaggi dalla grandezza di arti interi senza problemi di sorta. Neanche a dirlo, nessuno viene importunat* per via di ciò che indossa. Amo questo livello di libertà di espressione e apprezzo, soprattutto, la mancanza di canoni rigidi nel vestiario delle persone meno giovani: gli abiti che piacciono, piacciono indipendentemente dall’età e nessuno dovrebbe sentirsi a disagio per questo. Per quanto mi riguarda, trovo liberatorio sapere che, indipendentemente da quanto ridicola possa sentirmi indossando un certo capo o con un nuovo taglio di capelli, a nessuno importa niente e non avrò mai problemi al riguardo.

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● Cambiare promozione telefonica ogni mese

I mobilabonnemang (quelli che in Italia chiamiamo per lo più “promozioni a rinnovo automatico”) sono l’opzione più diffusa in Svezia. Questi abbonamenti telefonici funzionano esattamente come in Italia: ogni mese si paga una certa somma per avere accesso a un determinato piano tariffario e, allo scadere del periodo di utilizzo, scatta l’addebito per il periodo successivo. Ciò che invece funziona in modo diverso è la cosiddetta SIM ricaricabile, qui chiamata kontantkort. Cos’ha di speciale? Prima di tutto, si può acquistare anche in assenza di personnummer, opzione non valida per i mobilabonnemang e motivo per cui risulta particolarmente popolare fra gli expat residenti. In secondo luogo, si può “ricaricare” ogni mese a seconda del piano tariffario del quale si intende usufruire: a differenza degli abbonamenti telefonici, non è previsto alcun rinnovo automatico ed è possibile cambiare piano tariffario ogni mese a seconda delle esigenze, così come non attivare alcun piano tariffario in particolare se lo si desidera. Ho apprezzato la versatilità della mia kontantkort durante il mio rientro natalizio in Italia: sebbene il piano tariffario (meno costoso) che utilizzo normalmente non includa traffico estero, passare ad un piano diverso per l’occasione è stato estremamente semplice e non ha richiesto che scomodassi customer service o chissà che altro. È bastato recarmi, come di consueto, al più vicino Pressbyrån e ricaricare la SIM con l’opzione da me scelta.

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● Dare del “tu” a tutti

Che si tratti del proprio capo, del proprio migliore amico, dei suoceri o della vicina di casa che fa di tutto pur di non incrociare nessuno sul pianerottolo, è del tutto normale rivolgersi agli Svedesi dando loro del “tu” indipendentemente dal grado di confidenza o formalità. Molto spesso ci si presenta omettendo il cognome (ed evitando formule del tipo “Sig./Sig.ra X”), ci si dà una stretta di mano e poi si prosegue la conversazione utilizzando i pronomi du (“tu”), dig (“te”) e din (“tuo/a/oi/ue”). Eccezione alla regola: i reali svedesi, ai quali ci si rivolge utilizzando la formula Ers Majestät (“Vostra Maestà”).

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● Il magico ecosistema solitario dei mezzi pubblici

C’è una sorta di regola non scritta, qui a Stoccolma: si interagisce il meno possibile sui mezzi pubblici. Dire che nessuno scambi mai due chiacchiere o che il tragitto avvenga nel più assoluto silenzio sarebbe esagerato, dato che c’è sempre la classica persona impegnata in una chilometrica e altrettanto rumorosa conversazione telefonica (solitamente ignara dell’odio generale che tutti provano in segreto nei suoi confronti). Tuttavia, chi non conversa al telefono di solito s’intrattiene col cellulare in altri modi: giochi, serie TV, e-book, e chi più ne ha, più ne metta. C’è anche chi si porta dietro ingombranti mattoni letterari da fare invidia alla Bibbia, e non è raro scorgere passeggeri intenti a dormire nella più beata calma. La regola è sempre una: disturbare il meno possibile. Nessuno considera maleducazione farsi gli affari propri sulla metro, neanche in presenza di conoscenti o amici: al contrario, è più probabile che si venga malvisti nel tentativo di forzare chiacchiere sul tempo o altri argomenti di circostanza solo perché ci si sente in dovere di farlo.

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● L’ipnosi da schermo del cellulare

La storia del farsi i fatti propri va, per forza di cose, di pari passo con l’utilizzo del cellulare. Detto ciò, è pur vero che l’ossessione per l’aggeggio elettronico supera di gran lunga i livelli che ho avuto modo di osservare in altre città europee. A Stoccolma, la gente cammina per strada mentre finisce di guardare la serie TV precedentemente iniziate sul treno, senza curarsi di chi o cosa abbia davanti, neanche se dovesse esserci un burrone; neanche a dirlo, tale scelta deambulatoria non ha grandi benefici pratici, dal momento che molte (troppe) persone non fanno che intralciare il tragitto altrui per via della propria lentezza o delle strane traiettorie causate dall’incapacità di vedere a un palmo dal proprio naso.

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● Gioco d’azzardo come se fosse acqua

Le pubblicità per i casinò online sono praticamente ovunque. Guardare la TV equivale al sorbirsi qualcosa come settecentocinquanta spot diversi sul gioco d’azzardo (ognuno riguardante siti sempre nuovi, seppur identici in sostanza). I mezzi pubblici, dal canto loro, sono letteralmente infestati dalla continua e martellante pubblicità sull’argomento:
“Vincite sul tuo conto prima della prossima fermata!”, “Bonus di millemila corone per i nuovi clienti!”, “Casinò X, il casinò più Y che c’è!”, e così via.
Non so bene quanto quest’insistenza pubblicitaria rifletta le reali abitudini di gioco degli Svedesi, ma è pur certo che il gioco d’azzardo sembra essere un argomento per nulla tabù. Sebbene sia difficile fare paragoni diretti con l’Italia, specialmente adesso che gli spot televisivi al riguardo sono stati vietati, non c’è dubbio che lo stigma sociale che normalmente accompagna l’intero ambiente sembra semplicemente non esistere qui in Svezia: ho una moltitudine di colleghi che hanno lavorato o che non avrebbero problemi a lavorare nel settore, per non parlare di quelli che hanno in cantiere il proprio casinò online personale (mica scemi!). Ammetto di essere fortemente prevenuta sulla questione: il gioco d’azzardo non riflette la mia idea di divertimento e nel mio immaginario si tratta di un’attività troppo spesso legata al malaffare che trae profitto dal meccanismo d’induzione alla dipendenza dei suoi clienti. Certamente, la questione è molto più complessa di così e la mia rimane sempre e comunque un’opinione personale. Tuttavia, a prescindere da ciò, trovo quest’incessante “chiamata al tavolo da gioco” davvero fastidiosa, se non altro per la frequenza e onnipresenza.

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● La non così ovvia dipendenza dal sole

Gli Svedesi sono un popolo abituato a vivere nel buio pressoché totale per metà dell’anno. Immersi nella propria routine quotidiana, il fattore luce naturale non sembra scomporli più di tanto, perché tanto c’è sempre qualcosa di cui occuparsi. Poco importa che a Gennaio il sole sembri un lontano ricordo, o che le poche ore di luce risultino sempre soffocate da un’eterna cortina di nuvole grigie in cielo. Quanto stoicismo! Per non parlare di quanto sia ammirevole quest’abilità nel non farsi influenzare dalle condizioni atmosferiche, giusto?
Sbagliato.
Avranno pur fatto i calli al maltempo, ma gli Svedesi reagiscono alla presenza del sole in un modo incredibilmente… tenero, per mancanza di termini più appropriati. Quando il sole decide di far capolino, l’intera popolazione di Stoccolma si riversa per le strade della città per accamparsi sul primo fazzoletto di terra a portata di mano e godersi il sole. Se denudarsi quasi completamente può giovare alla causa, be’… così sia. A volte, specialmente in inverno, può anche capitare di imbattersi in qualche Svedese che se ne sta lì impalato sul marciapiede, completamente fermo, rivolto verso il sole e con gli occhi socchiusi. Da Italiana, trovo tutto ciò molto divertente, ma devo ammettere di starmi facendo contagiare.

Svedesi in totali adorazione del sole
Credits: Sofie Wiklund/TT

Mi fermo qui, anche se ci sarebbe ancora molto da dire.
Per chi vive in Svezia, aggiungereste qualcosa alla lista? E per chi vive in Italia (o altrove), ci sono aspetti da me descritti che vi hanno sorpreso?

Un’accozzaglia di pensieri in ritardo

Dal comfort della mia vecchia camera da letto in Italia, auguro a chiunque stia leggendo un buon Natale e un felice anno nuovo. Che si tratti di Natale, Saturnalia, Chanukkah, Sol Invictus, o altre festività celebrate nello stesso periodo, spero sia per voi un periodo piacevole a prescindere dalle vostre credenze.

Personalmente, non sono religiosa. Quando mi vengono poste domande al riguardo, rispondo sempre di essere agnostica. Ciononostante, mi piace pensare ai giorni successivi al solstizio d’inverno come un’occasione per stare vicina alla mia famiglia, motivo per cui mi trovo adesso in Italia. La mia visita sarà breve e rientrerò appena prima della fine dell’anno, giusto in tempo per spremermi le meningi sull’eterna questione irrisolta del cosa fare per Capodanno. Il mio sambo sembra aver ricevuto una serie di inviti fra cui scegliere, ed essendo io a corto di occasioni altrettanto festaiole, immagino lo seguirò qualunque sia il verdetto finale.

Visto e considerato che questo sarà probabilmente l’ultimo post del 2018, mi piacerebbe ricapitolare gli eventi dell’ultimo mese per farne un po’ il bilancio.

Mettiamola così: verso la seconda metà di Dicembre avevo iniziato a scrivere un post riguardante il Natale e l’anno nuovo qui a Stoccolma. Il testo barrato qui sopra è una parte di ciò che ne rimane. Avevo programmato di soffermarmi un po’ sulle feste e le tradizioni svedesi, nonché su quanto meravigliosa appaia la città sotto la neve. Poi, però, non so bene cosa sia successo, ma il post ha iniziato a prendere una piega piuttosto lamentosa:

Dicembre è stato un mese tosto, decisamente lontano dal periodo rilassante in cui avevo sperato.

Ho iniziato un nuovo impiego presso un’azienda del settore IT, per la quale contribuisco allo sviluppo dei propri siti web. L’edificio in cui lavoro è situato a Solna, comune a nord di Stoccolma raggiungibile dal centro tramite metro e pendeltåg (treno di scambio utilizzato principalmente dai pendolari). Prima dell’impiego attuale, non avevo mai visitato Solna e l’avevo sentita menzionare solo raramente. Pensavo si trattasse di una circoscrizione come un’altra e, nella mia ignoranza, non sapevo nemmeno si trattasse di una città in senso proprio. La rivelazione in sé non è stata nemmeno del tutto immediata, dal momento che, indipendentemente dai mezzi di trasporto scelti, il tragitto fra il centro di Stoccolma e Solna riserva ben poco da vedere: un triste ammasso di capannoni industriali immerso in un grigiume degno della più anonima periferia. Non so a quale delle due città appartenga questo mistico panorama, ma in ogni caso ho creduto per troppo a lungo che Solna non fosse altro che la zona industriale di Stoccolma. Probabilmente le aree centrali della città sono più gradevoli, ma purtroppo, complice la stagione fredda, il mio tragitto quotidiano fra casa e lavoro farebbe intristire persino il più allegro dei personaggi Disney.

Vista sul deprimente tragitto fra Stoccolma e Solna
Vista sul deprimente tragitto fra Stoccolma e Solna

I ritmi di lavoro in sé non sono eccessivamente incalzanti, e l’atmosfera in ufficio è decisamente più rilassata rispetto a quella del corso di formazione che ho frequentato in precedenza. C’è molta libertà riguardo al lavorare da casa nell’eventualità di problemi con i trasporti pubblici o leggeri malanni, e i miei colleghi sono sempre disposti a chiarire i miei dubbi da new entry. Sono tutte qualità che apprezzo, e alcune di queste sono persino inaspettate. Tuttavia, questo è il mio primissimo impiego stabile in un settore del tutto nuovo, motivo per cui non riesco a fare a meno di sentirmi ancora inadeguata e decisamente di poca utilità. Per l’intero mese ho convissuto con un’ansia martellante mista ad un velato senso di oppressione: sarebbe facile attribuire il tutto alla classica sindrome dell’impostore, ma in verità credo che le radici del mio scontento attraversino diversi livelli di profondità.

Credo di aver raggiunto una sorta di saturazione del nuovo: mi trovo in un paese nuovo con una cultura diversa dalla mia; sono circondata da conversazioni in una lingua che comprendo a stento; sono passata dall’avere un ampio margine di libertà nella gestione del mio tempo all’avere a malapena quattro ore al giorno per fare qualsiasi cosa che non abbia a che vedere con il lavorare, dormire, o con le faccende domestiche; svolgo un nuovo impiego relativo ad un campo per nulla familiare; per finire, sebbene non sia fonte di stress, anche la mia situazione di convivenza domestica è relativamente recente.
Può darsi che sia solo questo, ovvero un eccesso di novità a cui devo tassativamente adattarmi giorno dopo giorno senza alcun punto di ancoraggio. O magari questo nuovo settore lavorativo non fa per me. Mi ripeto che non dovrei giungere a conclusioni affrettate dopo così poco tempo, eppure non riesco a liberarmi dall’idea di tornare ad un settore meno “robotico” una volta appresa la lingua per bene. Al momento, però, ho le mani legate. Per niente di meno, la vita in ufficio riserva anche momenti divertenti, ad esempio la quotidiana visione delle classiche ciabatte della nonna indossate sopra i calzini bianchi da uno dei miei colleghi.

Le mitiche ciabattine comode indossate da un collega in ufficio
Le mitiche ciabattine comode indossate da un collega in ufficio

Ehm.

Per farla breve, non sono più riuscita a continuare il sovrastante capolavoro letterario e ho lasciato che le festività passassero senza avere davvero intenzione di rimetterci mano. Giusto qualche appunto: alla fine, io e il mio sambo abbiamo passato il Capodanno a casa dato che l’evento a cui avevamo deciso di andare è stato annullato all’ultimo momento ed era ormai troppo tardi per mettere in atto un piano B. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è stata una serata davvero piacevole, che abbiamo trascorso guardando le classiche trasmissioni in TV, mangiando, bevendo, e giocando a carte.

Ora, io avrei potuto tranquillamente cancellare ciò che avevo scritto in precedenza dato che, tutto sommato, le cose vanno già di gran lunga meglio a distanza di un solo mese: ho finalmente ricevuto il mirabolante personnummer, sono andata a richiedere la carta d’identità svedese, sto cercando di aprire un conto in banca e ho smesso di avere attacchi di panico al lavoro. Eppure, non me la sono sentita di cancellare quanto scritto. Non credo ci sia motivo di fingere che tutto sia sempre rose e fiori, anzi: molto spesso mi ritrovo in balìa di problemi e contraddizioni con cui non mi sarei mai aspettata di avere a che fare. Però si sopravvive, si impara e si va avanti. Mi piace attribuire parte di questo processo catartico proprio all’avere un brutale e onesto resoconto dei periodi meno piacevoli sempre sott’occhio, in bella vista, in modo da poter osservare le mie stesse riflessioni da lontano (“col senno di poi”, direbbe mia madre) e riscontrare con sollievo che, a volte, è davvero solo questione di tempo prima che torni a splendere il sole.

Tre mesi o poco più

Primi di Dicembre: Natale (quasi) alle porte, temperature in costante discesa, e tre mesi di Svezia già alle spalle.

Meteo 28 Novembre 2018, Stoccolma

Che dire? Il tempo vola.
Sono stata impegnatissima con il corso di formazione che ho iniziato a frequentare agli inizi di Settembre (ne avevo accennato un po’ qui, per chi non ricordasse) , al punto da non trovare nemmeno il tempo per respirare. Per quanto mi sia sforzata di scrivere (o fare qualsiasi attività che non avesse a che vedere con il collassare sul letto a causa dello sfinimento), non sono davvero riuscita a trovare l’energia fisica e/o mentale per farlo.

Paradossalmente, la situazione sembra essersi stabilizzata proprio durante le ultime due settimane, ovvero quelle dedicate al “progetto finale” da consegnare prima del “diploma”. Dopo i ritmi massacranti di questi ultimi tre mesi (costellati di esami, momenti di tensione, nonché di continui cambi dell’argomento all’ordine del giorno), è finalmente giunto il momento di dimostrare che, sì, noi studenti abbiamo imparato a fare quel che faremo da consulenti e che possiamo cavarcela da soli. Risultato? Adesso posso arrivare in ufficio con la certezza di rivedere ciò a cui ho lavorato i giorni precedenti, sapendo, tra l’altro, che rivedrò le medesime cose il giorno seguente. Ciò mi permette di strutturare le mie giornate in modo sensato, senza sentirmi costantemente in lotta contro il tempo e con una spada di Damocle sopra la testa.

Senza voler reiterare troppo, questo periodo è stato infinitamente stressante e sono contenta che sia giunto al termine. Oltre al tempo e all’energia richiesti giornalmente per partecipare al corso (le cui tempistiche sono equivalenti a quelle di un lavoro a tempo pieno, ma senza alcuna retribuzione), ho trovato estremamente fastidiosa l’impossibilità di concentrarmi sul miglioramento del mio Svedese (data la mancanza di tempo libero ed energia). Tuttavia, è stato un sacrificio assolutamente necessario per uscire dal circolo vizioso di cui, altrimenti, sarei rimasta prigioniera per ben più a lungo: niente lavoro, quindi niente personnummer, e di conseguenza niente corsi gratuiti (quelli privati sono esclusi in partenza dall’attuale carenza di entrate).

Nonostante questi particolari meno gradevoli, mi ritengo comunque estremamente fortunata, dal momento che inizierò a svolgere il mio lavoro presso un’azienda esterna a partire dal prossimo lunedì. Sperando, quindi, di non combinare disastri di dimensioni titaniche nel mentre, mi permetto di essere un tantino più speranzosa riguardo alla possibilità non troppo lontana di avere il tempo di concentrarmi anche su qualcos’altro, oltre che sul lavoro.

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Cambiando argomento, qualche settimana fa ho acquistato un biglietto di andata e ritorno per la mia città di origine, che visiterò durante il periodo natalizio. Neanche a dirlo, ho dovuto sborsare più di 600€ per un volo con millemila scali e solo con bagaglio a mano. Per chi se lo stesse chiedendo, io sono una di quelli che visitano i siti delle compagnie aeree esclusivamente con navigazione in incognito, senza cookie precedentemente impostati, e durante i periodi generalmente ritenuti più convenienti all’acquisto (fra novanta e sessanta giorni prima della data del volo). Nonostante tutte queste accortezze, i prezzi sono rimasti proibitivi e mi sono, infine, dovuta rassegnare al furto all’acquisto.

Spero comunque di poter aggiungere un bagaglio in stiva, dato che mi piacerebbe portare qualcosa ai miei familiari (regali di Natale? Souvenir? Ancora non so) e, viceversa, portare dall’Italia certi articoli non reperibili in Svezia: uno fra tutti, l’orzo solubile. Vorrei tanto berlo durante le mattine d’inverno, un po’ perché non bevo caffè e un po’ perché non so quanto sia sano trangugiare tazze di tè ogni cinque minuti (che è ciò che faccio attualmente). Un po’ di varietà, perdinci!

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Riguardo alla questione personnummer, avevo menzionato in precedenza che avrei fatto un nuovo tentativo di richiesta proprio nel corso del mese appena trascorso. Ebbene, così è stato: quattro settimane fa ho firmato il contratto con il mio datore di lavoro principale e, il primo giorno utile, mi sono recata a Skatteverket per presentare una nuova richiesta. Tutto è sembrato filare liscio stavolta, se non fosse per il fatto che sto ancora aspettando il responso (che dovrebbe arrivare via posta) e spero davvero non ci voglia un’eternità. A questo punto, non mi infastidirebbe nemmeno troppo il dover aspettare un’altra settimana o due, ma pare che l’azienda per cui inizierò l’attività di consulenza necessiti del magico numerino per ordinare i miei strumenti di lavoro. Quindi, speriamo davvero che non ci siano intoppi di alcuna sorta e che il tutto possa arrivare il prima possibile.

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Il sentiero che conduce a Skinnarviksberget

Per chiudere, vorrei scrivere due paroline sugli angoli di Stoccolma in cui ho trascorso alcune ore del mio (poco) tempo libero nell’ultimo periodo. Si tratta per lo più di parchi e punti panoramici, e non vedo l’ora che le temperature si addolciscano per poterli visitare nuovamente.

Il primo è Tantolunden: si tratta di un parco bagnato dal mare e situato sull’estremità occidentale dell’isola di Södermalm, nei pressi di Hornstull (una delle fermate della metro).
È parecchio grande e quasi sempre allietato da visitatori, siano questi pensionati, atleti, adolescenti, o genitori con bambini. È, senza ombra di dubbio, il luogo ideale per passeggiate rilassanti o altri tipi di attività ricreative, come picnic ed esercizio fisico all’aria aperta. È dotato di panchine, accesso facilitato per persone diversamente abili, e attrezzi per svolgere attività fisica. Non ho ancora avuto il piacere di visitarlo durante l’inverno, ma, secondo Visit Stockholm, Tantolunden è un punto di ritrovo molto popolare anche fra coloro che amano andare in slittino sulla neve, data la pendenza creata dall’iconica collina.

Tantolunden
Tantolunden durante una giornata d’autunno
Tantolunden in inverno
Tantolunden in inverno – Adam Grimshaw (Lonely Planet)

Un’altra destinazione con molto da offrire è Djurgården, un’isola nel cuore di Stoccolma raggiungibile tramite un ponte su Strandvägen a Östermalm (il lato est della città).
Per un certo periodo di tempo, Djurgården è stata territorio di caccia privato per la famiglia reale e tutt’oggi appartiene alla corona. Tuttavia, turisti e persone comuni possono accedere liberamente all’isola per visitare le molteplici attrazioni situate su di essa, fra cui il Museo Vasa, il Museo degli ABBA, il museo all’aperto Skansen, nonché il luna park Gröna Lund. Centri culturali a parte, Djurgården rimane comunque un luogo piacevolissimo anche per coloro che vogliono trascorrere del tempo in mezzo alla natura senza dover acquistare alcun biglietto.

Östermalm vista da Djurgården
Östermalm vista da Djurgården
Statua della dea della pace a Djurgården
Statua della dea della pace a Djurgården

Chiudo con Skinnarviksberget, uno dei miei luoghi preferiti di sempre.
Si tratta del punto naturale più alto a Stoccolma ed è situato in prossimità di Zinkensdamm a Södermalm. Da qui è possibile vedere dall’alto Gamla Stan (il centro storico), il municipio di Stoccolma, il distretto Kungsholmen, e altri luoghi d’interesse. Vista mozzafiato a parte, amo Skinnarviksberget per il meraviglioso circondario di stradine immerse nel verde che permettono di scendere giù fino al mare. Consigliatissima una visita al tramonto, preferibilmente in autunno o primavera, e una lenta passeggiata in discesa verso il lungomare.

Vista panoramica da Skinnarviksberget
Vista panoramica da Skinnarviksberget
Vista panoramica da Skinnarviksberget
Vista da Skinnarviksberget
Skinnarviksberget al tramonto
Skinnarviksberget al tramonto
Sentiero verso Skinnarviksberget
Sentiero verso Skinnarviksberget

“Se upp för dörrarna. Dörrarna stängs!”

Il gelo si è, infine, fatto vivo.

Nessun preavviso, nessun segno che potesse far trapelare la sciagura incombente. Semplicemente, da un giorno all’altro, le temperature sono passate dal fresco frizzantino di un’estate appena trascorsa alla glaciazione totale con la stessa delicatezza di un piccone. Sia chiaro: non è nevicato e non c’è stato ghiaccio reale da nessuna parte (non qui a Stoccolma, almeno), però vedere il termometro scendere così tanto durante la prima metà d’autunno è stato decisamente destabilizzante.

Meteo 4 Ottobre 2018

Non che mi aspettassi le stesse temperature che mi sono lasciata dietro in Italia. Questo cambio così repentino, però, pare abbia sorpreso tutti, Svedesi compresi. “Il clima sta cambiando, diventa sempre più imprevedibile!“, mi dicono. A farne le spese è, senza troppe sorprese, il sistema immunitario di più o meno tutti. Cercare di indovinare quali saranno le prossime vittime dell’influenza è ormai lo sport più popolare in ufficio: ogni giorno c’è sempre qualche nuovo assente, e le perdite sono diventate così copiose che il nostro CEO ha iniziato a regalare vitamina C e gel igienizzante per le mani a tutti quelli che gli capitano a tiro.

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Tra l’altro, il segno più eclatante di quanto anormali siano queste ondate di gelo improvviso è il freddo all’interno degli edifici pubblici (fatto salvo per supermercati ed esercizi commerciali). Per chi non lo sapesse, i paesi nordici sono famosi per il loro efficientissimo sistema di riscaldamento centralizzato: dal momento che le temperature possono subire cali vertiginosi e stazionare ai loro valori minimi per parecchio tempo, le città e i comuni sfruttano il calore in eccesso prodotto da vari impianti energetici per fornire acqua calda alle abitazioni e agli edifici pubblici tramite una rete di tubature sotterranee. Queste tubature sono collegate a dei radiatori, presenti all’interno di ogni struttura, i quali garantiscono una temperatura costante all’interno di tutti gli edifici una volta giunta la stagione fredda. All’interno dell’appartamento in cui vivo con il mio sambo, per esempio, la temperatura non scende mai al di sotto dei 24°C: indossiamo regolarmente indumenti estivi indipendentemente dalla stagione. Parte del successo si deve anche all’ottimo isolamento termico derivante dai materiali di costruzione.

A grandi linee, funziona più o meno così: il sistema centrale fornisce acqua calda tutto l’anno, ma sono i proprietari di ciascun immobile a decidere l’arco di tempo in cui usufruirne per riscaldare l’edificio (non ne sono del tutto sicura, ma credo che il resto finisca comunque nei rubinetti durante tutto il corso dell’anno). Va da sé che tutto ciò ha un costo (pagato dai proprietari degli immobili), motivo per cui questo magico sistema non entra mai in funzione prima che ce ne sia davvero bisogno. Ed ecco che qui entra in gioco il fattore sorpresa: le temperature sono calate a picco ben prima del solito, e se di norma è possibile indossare indumenti leggeri anche in pieno inverno (quando il riscaldamento è ormai attivo da un pezzo), stavolta non c’è nessun conforto termico che invogli la gente a lasciare a casa il maglione di lana. Poi, ovviamente, ci sono casi e casi: nell’appartamento in cui vivo il riscaldamento è già attivo, per cui, come già detto, posso girare in canotta e pantaloncini in tutta tranquillità; in ufficio, invece, il radiatori sono ancora freddi come il marmo, per cui sono costretta ad indossare strati su strati che neanche gli insaccati a Natale. Insomma: è uno sfortunato periodo di mezzo in cui non posso far altro che vestirmi come se stessi affrontando un inverno italiano (ovvero cercando di risparmiare sulla bolletta tenendo i termosifoni spenti), ma pare che debba durar poco.

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Per il resto, sono successe varie cose, nessuna delle quali dall’impatto particolarmente rivoluzionario: diverse persone, fra colleghi e conoscenti, mi hanno chiesto di contattarle nel caso in cui dovessi imbattermi in stanze o appartamenti in affitto; ho mangiato circa quattro kanelbullar (rotoli alla cannella, dolci tipici svedesi) in un giorno qualsiasi, salvo poi scoprire che era la data ufficiale del Kanelbullens Dag (4 Ottobre); mi sono ritrovata imbottigliata nella confusione generata dai ritardi derivanti da problemi tecnici alla metro (sembra incredibile, ma a volte succede anche qui!); sto iniziando a segmentare ed assorbire un po’ meglio le frasi che sento frequentemente sui mezzi pubblici o negli ascensori, sperando di padroneggiare un po’ meglio la lingua in un futuro non troppo lontano. La mia preferita finora dà il titolo a questo post e la si può sentire a circa ogni fermata della metro: “Se upp för dörrarna. Dörrarna stängs!” è un invito a prestare attenzione alle porte del treno al momento della chiusura. Questo mantra rassicurante viene pronunciato dalla persona alla guida del treno appena prima di rimettersi in marcia e scandisce, ormai, ogni singolo tratto della mia spola fra casa e lavoro.

Trängsel på röda linjen på T-centralen. Foto: Mariela Quintana Melin/Sveriges Radio

Varie ed eventuali: sviluppi due settimane dopo il trasferimento

Sono a Stoccolma da due settimane e questo è il modo in cui si sono evoluti gli eventi rispetto al post precedente:

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  • Personnummer: dopo aver prenotato un appuntamento online, riempito il modulo apposito ed essermi presentata in loco con tutti i documenti necessari, l’impiegata di turno a Skatteverket è giunta alla conclusione che la mia situazione non soddisfa ancora i requisiti necessari all’assegnazione del codice fiscale. Sebbene lei stessa abbia ammesso che potrei tentare in altro modo e fare domanda in qualità di convivente (sambo) di un cittadino svedese, mi ha vivamente consigliato di evitare la procedura (che pare possa portare fino a nove mesi di attesa prima di un responso) e semplicemente rimandare la questione a quando sarò in possesso di un contratto di lavoro definitivo. Dato che questa sembra essere davvero la via più rapida e sicura, aspetterò fino ad allora prima di presentare una nuova richiesta a Skatteverket.
    Per ora non sei nessuno, ma non preoccuparti: avrai il tuo personnummer!“, ha concluso l’impiegata a mo’ di rassicurazione. E quindi aspettiamo.

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  • Bagagli: con notevole ritardo rispetto alle stime iniziali di Eurosender, ho ricevuto le mie valigie giovedì della scorsa settimana. Il corriere ha avvisato del suo arrivo tramite SMS il giorno precedente, chiedendo conferma della disponibilità alla ricezione dei colli e dando la possibilità di concordare un giorno diverso qualora fossi stata impegnata. Una volta ricevuto il tutto, ho notato che una delle mie valigie era stata sottoposta a ispezione alla dogana. Nulla di strano, se non fosse per il fatto che, al momento di richiudere la valigia, chiunque stesse effettuando l’ispezione ha deciso di cambiare il codice del lucchetto TSA senza scrivere la nuova combinazione da nessuna parte. Ovviamente, quando ho provato a sbloccare la chiusura con il codice da me scelto prima della spedizione, la valigia è rimasta chiusa. Inizialmente ho pensato che il lucchetto fosse del tutto fuori uso, dato che nessuna delle combinazioni “prevedibili” sembrava funzionare. 000? 123? 555? Nulla, tutto serrato. D’altro canto, “perché mai dovrebbero aver impostato un codice a casaccio senza motivo?”, pensavo. Tuttavia, col passare delle ore, ho iniziato a ritenere l’ipotesi sempre più plausibile. E così, armata di pazienza e buona volontà, ho iniziato a provare tutte le combinazioni possibili una dopo l’altra, riuscendo a spuntarla dopo 730 tentativi. Meglio tardi che mai, eh.

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  • Il clima è ancora pressoché equivalente a quello italiano: le temperature non scendono mai al di sotto dei 10°C né, d’altro canto, osano spingersi più in là dei 23. Il sole non mi ha ancora del tutto abbandonata, sebbene il groviglio di nuvole grigie in cielo sia pressoché onnipresente. Non so se debba aspettarmi ondate di freddo glaciale all’improvviso, ma al momento me la cavo piuttosto bene con semplici indumenti da mezza stagione e un ombrello. Vestirsi a cipolla è la strategia migliore, dato che permette di utilizzare vestiti leggeri all’interno degli edifici e coprirsi maggiormente per andare fuori. Le giornate si stanno accorciando visibilmente: il sole tramonta intorno alle 19:30 e la notte è finalmente buia. Nulla a che vedere con le luminosissime notti di Giugno, che mi hanno tenuta sveglia ben più di una volta nel periodo precedente al mio trasferimento definitivo.

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  • A partire dal 3 Settembre, ho iniziato a fare la spola fra casa e “lavoro“. Uso le virgolette perché al momento si tratta più di formazione propedeutica che un impiego vero e proprio, sebbene sia tutto fortemente impostato in modo pratico e professionale. I primi giorni sono stati particolarmente ardui sia per me che per i miei ventinove colleghi neoassunti: abituarsi ad un ambiente nuovo e dover trascorrere otto ore al giorno con degli sconosciuti è uno sforzo sociale davvero notevole. Se poi mettiamo in conto il fatto che ognuno di noi debba fronteggiare concetti mai visti prima collaborando con persone appena incontrate, il quadro si complica ulteriormente. Ci sono stati giorni in cui ho pensato: “Non posso proprio farcela, devo essere particolarmente stupida per sentirmi così alienata“. Poi però ho ricevuto il conforto dei colleghi, altrettanto dispersi nella marea di nuove informazioni, nonché quello dei vertici dell’azienda: insieme agli istruttori, hanno offerto da bere a tutti nel finesettimana, cosa che ha disteso gli animi e rinvigorito lo spirito. Il clima è molto familiare, anche per via del fatto che qui in Svezia l’uso di titoli e onorifici è davvero malvisto e dare del tu a tutti è la regola. Non metto in dubbio che possano sopraggiungere nuove difficoltà, ma la situazione sembra comunque positiva.

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  • La lingua richiesta dalla mia professione è l’Inglese, motivo per cui non ho ancora modo di esercitare il mio Svedese come si deve. Nulla mi impedisce di praticarlo con il mio sambo, ma la cosa è più facile a dirsi che a farsi: avere a disposizione una lingua comune rende quasi automatico passare all’Inglese ogniqualvolta si presentano problemi di comprensione dall’una o l’altra parte. Senza personnummer non posso accedere ai corsi SFI, e al momento non ho ancora risorse sufficienti a pagarmi corsi privati. Di conseguenza, considerando tra l’altro il pochissimo tempo a disposizione, l’unica cosa che posso fare è ascoltare: origliare le conversazioni dei passanti, dei passeggeri sul treno e cercare di espormi quanto più possibile alla lingua parlata. Quando posso, ascolto le notizie in Svedese semplificato tramite l’app Sveriges Radio Play. Non mi aspetto progressi immediati, ma la buona volontà c’è tutta.

Questo è il resoconto delle mie avventure fino a qui. Domani è lunedì, il che significa iniziare una nuova settimana di lezioni/lavoro. Ho ancora molto da sistemare e pochissimo tempo per farlo: fra le tante incombenze, acquistare mobili più capienti è una di quelle che mi preme di più. Non vedo l’ora di sbarazzarmi delle valigie che stazionano ancora in giro per casa.

“Ladies and gentlemen, welcome to Stockholm”

E così, sono finalmente giunta a Stoccolma.

Tramite un volo Norwegian decollato dall’Italia alle 13:00 del 24 Agosto, ho (ri)messo piede in terra svedese intorno alle 16:30. Tre ore prima della partenza, mi sono unita all’interminabile coda dietro al banco del check-in in quello che sembrava essere uno dei giorni più affollati di sempre. Immagino che molti stessero rientrando dalle vacanze, dato che da una semplice occhiata ci si poteva render conto di quanto stracolmo sarebbe stato il volo. Le mie aspettative non sono state deluse.

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Il tragitto in sé è stato molto tranquillo: sebbene le condizioni meteorologiche non fossero delle migliori, ci sono stati pochissimi momenti di turbolenza. Trovarsi qualcosa da fare per tre ore e mezza non è mai stata una delle mie attività preferite, ma qualsiasi prezzo è preferibile all’incubo che sono i voli di scalo. Così, ho cercato di ammazzare il tempo riprendendo uno di quei libri che leggo esclusivamente in volo, messaggiando con amici grazie al (finalmente funzionante) wi-fi offerto da Norwegian, e combattendo contro personaggi fittizi su un noto gioco da console. Momenti notevoli: il mio misero tentativo di comprare il pranzo sull’aereo fallito per via del mancato funzionamento di entrambe le mie carte di credito. Un inizio molto promettente, insomma.

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L’episodio ha incuriosito il passeggero seduto accanto a me, il quale s’è detto stupito dalla mia poca fortuna con il terminale POS. Anche lui italiano, emigrato in Svezia lo scorso inverno, si è dimostrato molto disponibile e disposto a dare una mano semmai fosse stato necessario. Pare che in passato avesse già vissuto a Stoccolma per tre anni, cosa facilmente intuibile dalla sua parlata svedese perfettamente fluida. Con una vaga vena di tristezza, mi ha confessato di aver svolto per molti anni in Italia il medesimo impiego che svolge tuttora in Svezia, senza però ricevere un briciolo del riconoscimento dimostrato invece dall’ambiente lavorativo svedese.

A questo punto, trovo necessario aprire una piccola parentesi: credo che nessun expat sia davvero felice di dover emigrare per questioni economiche. Allo stesso modo, sono abbastanza sicura del fatto che anche coloro che si trasferiscono per altre ragioni (o che comunque hanno una certa stabilità finanziaria) non facciano i salti di gioia nel sapere il proprio luogo d’origine in balìa di malaffare e pratiche controverse. Detto ciò, certamente la Svezia (né l'”estero”, come molti lo definiscono, come se si trattasse di un agglomerato senza distinzioni di sorta) non è l’Eldorado. Non lo è nessun paese, così come l’Italia non può essere etichettata negativamente sotto ogni aspetto in modo assoluto. Nel descrivere le caratteristiche positive della Svezia non intendo denigrare automaticamente l’Italia, né voglio dare ulteriore adito alla filosofia secondo cui qualsiasi paese straniero è sempre e comunque superiore all’Italia per il semplice fatto di essere “altro” rispetto ad essa (modo di pensare fin troppo comune fra i miei coetanei). Il mondo è un luogo complesso: inscriverlo in una visione tanto semplicistica non può che portare a spiacevoli sorprese. Ne consegue che emigrare senza alcuna cognizione di causa, seguendo ciecamente la scia del “all’estero è meglio!“, dà i risultati che bisogna aspettarsi dalle premesse fatte in precedenza. Chiusa parentesi.

Flygbussarna-Arlanda

L’atterraggio è avvenuto ad Arlanda, l’aeroporto principale di Stoccolma. Ad accogliermi ho trovato una temperatura di 17°C, nubi grigie e pioggia leggera, cosa che mi ha fatto ringraziare la me stessa del post precedente per la correzione dell’ultimo momento ai bagagli. Insieme al mio partner, ho poi lasciato Arlanda tramite uno dei bus della compagnia Flygbussarna (sicuramente uno dei collegamenti più economici fra Arlanda e la città: un biglietto costa circa 10€ contro i 280 SEK, circa 26€, dell’Arlanda Express e i prezzi ancor più alti dei taxi). Fin qui tutto bene, se non fosse per il fatto che siamo, in un qualche modo, saliti sul bus per la destinazione sbagliata: alla prima fermata utile, ci è quindi toccato scendere e prendere il tram. Ancora una volta, una delle mie carte di credito è stata rifiutata dal terminale dei biglietti, con mia immensa preoccupazione. Fortunatamente, l’altra carta mi ha permesso di completare la transazione senza problemi ulteriori e ho potuto, finalmente, raggiungere la mia destinazione.

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Per quanto riguarda gli eventi successivi, non c’è molto da dire. Ero già stata a Stoccolma diverse volte prima di trasferirmi definitivamente, quindi non ho fatto il classico giro del centro storico né tutte le altre tipiche attività turistiche. Ho voluto, invece, accertarmi immediatamente che la mia fosse stata semplice sfortuna e che fossi in grado di effettuare pagamenti al supermercato più vicino a casa, nonché presso vari negozi e locali. La buona notizia è che tutto sembra funzionare come si deve, quindi posso escludere danni fisici alle carte e altre ipotesi strettamente legate alla loro integrità. La cattiva è che non posso prevedere il verificarsi di nuovi problemi, dato che tutte le carte, a turno, sono state rifiutate nelle situazioni più disparate anche durante le mie visite precedenti.

Generalmente, dando per scontato che vi siano fondi sufficienti, tutte le carte del circuito Visa o Mastercard funzionano più o meno ovunque, ma, data la mia esperienza, pare ci sia sempre quella volta imprevedibile in cui la transazione non andrà a buon fine. Avere un metodo di pagamento alternativo risolve il problema il 90% delle volte, ma aprire un conto svedese è probabilmente la soluzione migliore. Per chi se lo stesse chiedendo, prelevare contanti qui a Stoccolma è una cattiva idea: di fatti, gli Svedesi odiano i contanti e alcuni esercizi non li accettano proprio, specialmente nelle grandi città.

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Ed eccoci al punto dolente: salvo eccezioni, per aprire un conto in banca in Svezia, così come per fare praticamente qualsiasi altra cosa, è necessario avere il codice fiscale svedese. Questa simpatica serie di cifre, altrimenti conosciuta come personnummer, è un codice identificativo assegnato dall’agenzia delle entrate svedese, Skatteverket. Avere un personnummer permette, fra le varie cose, di iscriversi ai corsi gratuiti di lingua svedese (SFI, Svenska För Invandrare), ma anche di iscriversi in palestra, di diventare membri dei programmi di sconti presso i vari esercizi commerciali, di usufruire dei servizi bibliotecari, di svolgere qualsiasi tipo di pratica burocratica… Insomma, probabilmente sono più rare le volte in cui non viene richiesto il personnummer che il contrario.

Di norma questo codice viene assegnato alla nascita, ma coloro che si trasferiscono in Svezia possono ottenerlo da Skatteverket in vari modi: quello più semplice è dimostrare di avere un contratto di lavoro della durata di almeno un anno; altrimenti, bisognerà provare di avere fondi sufficienti a mantenersi per un anno, congiuntamente ad un’assicurazione sanitaria onnicomprensiva; infine, si può ottenere il personnummer anche in qualità di studente o di coniuge/convivente/familiare di un/a cittadino/a svedese, premesso che la persona in questione dimostri di poter avere qualcun altro a carico. A grandi linee funziona così, ma per informazioni dettagliate è bene fare riferimento al sito ufficiale di Skatteverket.

In questo meraviglioso quadro burocratico, io non sono sicura della categoria in cui rientro. Ho, effettivamente, un contratto che potrei presentare a Skatteverket, ma si tratta di una situazione un po’ ambigua dato che prevede un periodo di formazione di tre mesi e, solo a Novembre, la firma di un contratto di lavoro vero e proprio per un impiego della durata di almeno un anno. Il contratto menziona anche un esame da sostenere dopo i tre mesi di formazione e, sebbene l’azienda mi abbia assicurato che si tratta di una mera formalità, non sono sicura che Skatteverket lo riterrà tale. Mal che vada, potrò comunque presentare una nuova richiesta di personnummer una volta firmato il contratto di lavoro vero e proprio, ma nel frattempo ho prenotato un appuntamento a Skatteverket per il prossimo venerdì. Dato il grado di frequenza nell’uso, preferirei ottenere il personnummer il prima possibile e credo che valga la pena provare a presentare il contratto di formazione di cui sono in possesso. Può darsi che sia sufficiente, chissà. Buona fortuna a me.

Consigli pratici per mantenere la sanità mentale prima di partire: come gestire il tempo

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Oggi mi sento in vena di dare qualche consiglio pratico a chiunque stia per intraprendere un’avventura, lunga o breve che sia, in terra straniera.

Forte di due esperienze Erasmus alle spalle, trovo essenziale ribadire determinati concetti soprattutto a me stessa, nonché a coloro che si trovano o si troveranno presto in una situazione analoga. Neanche a dirlo, la mia attuale condizione di circa-expat-non-ancora-a-destinazione non fa altro che ricordarmi quanto sia facile ricadere nei medesimi errori indipendentemente dal numero di “prove generali” fatte ed esperienza pregressa.

Ed ecco perché, prima di snocciolare qualsiasi altra perla di saggezza, vorrei illustrare la norma fondamentale, il principio teorico da cui scaturisce ogni altra buona pratica:

bisogna organizzarsi per tempo.

Per quanto suoni banale, l’apparente scontatezza di questo concetto rende ancor più necessario prestarvi la massima attenzione affinché lo si faccia davvero. La sua presunta banalità non dev’essere un lasciapassare per una politica del poi: al contrario, l’onnipresenza del “pianifica tutto per tempo!” nei vademecum di chi viaggia è frutto delle conseguenze derivanti da una preparazione tardiva e approssimativa. E, lasciatemelo dire, è di gran lunga più facile (e meno snervante) fronteggiare gli imprevisti quando non si è in lotta continua contro il tempo.

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Organizzarsi per tempo significa, prima di tutto, considerare il quadro generale. Bisogna porsi domande stupide del tipo: quando partirò? Quale sarà la mia destinazione? Quale stagione mi darà il benvenuto? Come si manifesterà la suddetta stagione nell’angolo di mondo che mi ospiterà? Insomma, domande di cui presumibilmente si conosce già la risposta. È sorprendente quanti dettagli possano sfuggire o essere sottovalutati, persino alcuni dall’impatto potenzialmente devastante.

Portando un esempio tratto della mia esperienza attuale, la settimana scorsa ho preparato i bagagli da spedire tramite corriere espresso. Avevo a disposizione due valigie di dimensioni colossali e una dalla capienza normale, seppur comuque tendente al gigantesco. C’era, poi, un’altra valigia di dimensioni di gran lunga inferiori destinata al trasporto in stiva sullo stesso aereo che mi porterà in Svezia.
In modo molto metodico, ho sistemato tutte le mie calzature nella valigia di dimensioni medie, per poi “imbottire” una delle maxi valigie con tutti i miei indumenti invernali, riempendo, infine, l’ultima valigia da spedire con indumenti estivi e adatti al mezzo tempo. Ho lasciato fuori soltanto un paio di jeans, qualche maglietta a maniche corte e delle scarpe di tela, tutti indumenti che avrei portato con me in aereo e che, nel malaugurato caso in cui il resto dei miei bagagli fosse arrivato in ritardo, avrebbero dovuto aiutarmi a “tamponarne” la mancanza.

Ho impiegato tre giorni per sistemare tutto. Pensavo di aver finito e di esser pronta alla spedizione, quando, due giorni dopo, mentre seguivo distrattamente il flusso dei miei pensieri, ho avuto un’improvvisa illuminazione: avevo sistemato in valigia tutti i miei indumenti invernali e impermeabili, lasciando fuori solo vestiti e calzature adatti a temperature estive (italiane).
Insomma: avevo ripartito il mio intero guardaroba fra le varie valigie seguendo automaticamente i criteri meteorologici di quei giorni (ovvero temperature sopra i trenta gradi amplificate da un’umidità asfissiante). Nonostante si trattasse di un contrasto tutt’altro che trascurabile, avevo in un qualche modo messo in secondo piano la differenza climatica fra Italia e Svezia. Ad esempio, non avevo considerato l’eventualità che potesse piovere e far freddo. Ho dovuto, quindi, disfare buona parte dei bagagli già pronti alla spedizione per assicurarmi di avere a disposizione scarpe e indumenti adatti a condizioni meteorologiche meno piacevoli.

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Seppur a livello inconscio, credo che si tenda sempre a considerare la propria meta molto più simile al punto di partenza di quanto lo sia in realtà. Questo vale, chiaramente, per molto più del semplice preparare i bagagli. Per niente di meno, fare le valigie è uno dei tanti campi influenzati direttamente dalla mistica norma generale. Quindi, ripetiamolo ancora tutti insieme: no, i bagagli non vanno preparati all’ultimo momento. Bisogna, quanto meno, darsi un margine di uno o due giorni per eventuali ripensamenti e correzioni. Se non mi fossi lasciata del tempo extra a disposizione, mi sarei ritrovata sicuramente in balia della pioggia (la quale, tra l’altro, non ha per nulla aspettato che arrivassi in Svezia prima di farsi viva. È praticamente già autunno nella mia regione d’origine). Chiaramente, le tempistiche che ho indicato si riferiscono a chi, come me, porterà con sé solo vestiti ed oggetti di uso strettamente personale. Va da sé che, nel caso in cui si stiano imballando mobili, biciclette, o oggetti particolarmente voluminosi, uno o due giorni potrebbero non essere sufficienti.

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Gli aspetti generali del trasferimento (o permanenza temporanea) in terra straniera vanno, ovviamente, integrati con dettagli che variano a seconda delle proprie esigenze. La mia strategia per non dimenticare nulla consiste nell’annotare su un file di testo o su un bullet journal tutto ciò che mi viene in mente e di cui so di aver bisogno. A qualsiasi ora del giorno o ovunque mi trovi, se mi viene in mente qualcosa di nuovo, lo aggiungo alla lista già esistente. Questo non vuol dire fare un inventario dettagliatissimo del proprio guardaroba, dei propri libri, o di tutto ciò che si possiede: mi riferisco, invece, a cose molto specifiche, come medicinali di uso occasionale, cosmetici, oggetti per la cura del corpo e quant’altro possa servire (e che sia altrettanto facile da dimenticare, dato l’uso non frequentissimo o l’importanza secondaria).

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Ho utilizzato questo metodo diverse volte e finora ha sempre dato buoni risultati, ma è fondamentale iniziare ad annotare gli elementi ben prima della partenza affinché sia realmente efficace. Idealmente bisognerebbe iniziare circa un mese prima (i tempi variano a seconda della persona e delle circostanze), in modo da non dover aggiungere nulla di nuovo gli ultimissimi giorni. Va annotato anche tutto ciò che è da comprare o sostituire, seppur in una sezione a sé: neanche a dirlo, rimandare lo shopping di ciò che manca all’ultimo momento è una pessima idea. C’è anche da dire che, laddove le circostanze lo permettano, potrebbe essere preferibile comprare ciò che serve una volta giunti a destinazione, sempre ammesso che si tratti di beni reperibili.

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Potrei continuare all’infinito, dato che sono molti gli aspetti a cui pensare. Prenotare un corriere per spedire i bagagli? Andrebbe fatto almeno tre settimane prima (la prenotazione, intendo, non il ritiro effettivo): può capitare, infatti, che il servizio scelto non permetta di fissare il ritiro dei colli in date troppo vicine, e di certo nessuno vorrebbe mai constatare che la prima data utile è ormai fuori dalla propria portata, in quanto successiva alla partenza. Continuando sulla scia dei mai, il ritiro non dev’essere mai fissato il giorno immediatamente precedente al viaggio e, se possibile, sarebbe anche il caso di evitare venerdì o date prima dei giorni festivi. La ragione è molto semplice: se qualcosa dovesse andare storto, sarebbe impossibile sistemare la situazione con così poco tempo a disposizione.

Ho di recente sfidato la sorte e fissato il ritiro delle mie valigie per lo scorso venerdì: la legge di Murphy è subito entrata in azione e ha fatto in modo che il corriere non si presentasse, né avvisasse di aver avuto un contrattempo. Inutile dire che cercare di contattare la ditta in questione il venerdì sera (l’orario di ritiro finiva alle 18:30), il sabato e la domenica è stata una lotta contro i mulini a vento. Sono riuscita a tirarmi fuori da questa situazione esclusivamente perché Eurosender (il portale tramite cui avevo prenotato la spedizione e che si appoggia al suddetto corriere) ha miracolosamente risposto alla mia email di reclamo mandata il venerdì sera. Sabato mattina, uno dei loro addetti ha concordato un secondo tentativo di ritiro con il corriere italiano. E così, ieri, con quattro giorni di ritardo rispetto alla tabella di marcia originaria, il corriere si è presentato alla mia porta e sono finalmente riuscita a spedire i miei bagagli (evviva!).

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Gli imprevisti capitano. Non sempre, per fortuna, ma è sempre bene avere del tempo extra a disposizione per poter trovare una soluzione. A volte, gli imprevisti hanno ripercussioni su tutti gli altri programmi, creando ritardi a catena e relegando certe operazioni, per forza di cose, all’ultimo minuto. Questo è esattamente quello che è successo a me: il mancato ritiro dei bagagli mi ha costretta a passare un’ulteriore giornata a casa ad attendere il corriere, una giornata durante la quale sarei potuta andare in banca e avrei potuto incontrare le ultime persone da salutare.

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A proposito di ciò, non è da sottovalutare il numero di persone che vorranno incontrarvi prima della vostra partenza, soprattutto se si starà via a lungo o ci si sta trasferendo a tempo indeterminato. Non mi riferisco a parenti e amici, bensì a tutti coloro che si faranno vivi esclusivamente in queste occasioni, come gli insospettabili conoscenti o amici di famiglia che improvvisamente vorranno salutarvi. Premesso che tutti abbiamo il sacrosanto diritto di dire di no, specialmente se le persone in questione pretendono grosse fette del nostro tempo immediatamente a ridosso della partenza, è bene fare in modo da avere ulteriore tempo a disposizione anche per far fronte a questo tipo di situazioni. Mi piace sempre cercare di avere almeno tre giorni liberi da qualsiasi impegno prima di partire, sebbene raramente riesca a raggiungere quest’obiettivo. Lo considero più come un’utopia a cui è sempre bene aspirare, giusto per avere un ulteriore margine di respiro e accettare, se mi va, di incontrare chi vorrebbe salutarmi di persona.

Ci sono, sicuramente, molti altri aspetti da tenere in considerazione prima di partire, ad esempio la validità dei propri documenti di viaggio, nonché la burocrazia e l’assistenza sanitaria nel paese d’arrivo. Gli aspetti di cui ho parlato in questo lunghissimo post sono, però, quelli con cui ho dovuto confrontarmi maggiormente in queste ultime settimane, aspetti che, per quanto pratici e talvolta spiccioli, richiedono comunque una dovuta organizzazione e gestione del tempo.

Perché mi trasferisco

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Chi sono? E, soprattutto, perché mi trasferisco in Svezia?

Inizierò col dire che, almeno al momento, preferisco il conforto dell’anonimato.
La ragione è molto semplice: trovo che essere riconoscibile renda molto più difficile, almeno nel mio caso, condividere onestamente certi aspetti di questa esperienza. Sono una persona e, in quanto tale, il mio percorso è un continuo intreccio di vicessitudini e relazioni umane. Come tutti gli expat, ho un “passato” che ha avuto luogo prima del fatidico trasferimento, ed esattamente come tutti gli altri, le mie vicende future si riempirannno di personaggi non ancora conosciuti e “terre” inesplorate, siano queste letterali o metaforiche. È inevitabile che prima o poi mi ritrovi a dover menzionare qualcuna di queste figure, nuove e vecchie, e certamente mi aspetto di essere facilmente riconoscibile per chiunque mi conosca da tempo e abbia interesse sufficiente a seguire ciò che faccio senza contattarmi direttamente.

Sono consapevole di quanto ridicolo e paranoico suoni tutto ciò. Dopotutto, potreste dirmi: perché mettere tutto nero su bianco e, per di più, lasciarlo in balia di Internet, se davvero non vuoi che nessuno dei tuoi conoscenti metta piede su questo blog? Questo è, senza ombra di dubbio, un interrogativo legittimo. Il punto è che, al momento, sento davvero il bisogno di condividere ciò che penso senza sentirmi perennemente sotto lo sguardo inquisitore di chi è sempre pront* a dispensare giudizi non richiesti o di chi, in maniera ancora più subdola, s’interessa maliziosamente alle vicende altrui e cerca di scavare quanto più possibile nelle loro vite per poter, in un qualche modo, trarre vantaggio dalle loro esperienze ed errori senza dar nulla in cambio (assumendo, tra l’altro, un atteggiamento paternalistico nei loro confronti).

Insomma, tutta questa lungaggine serve semplicemente a spiegare che l’anonimato ha un suo perché.
Ciò non mi impedisce, comunque, di elaborare in modo più chiaro sulle ragioni che mi hanno portato ad acquistare un biglietto di sola andata per Stoccolma.

Mi trasferisco, fondamentalmente, perché il mio partner è svedese. Dopo una relazione a distanza di diversi anni, e viste e considerate le rispettive situazioni economiche e lavorative, entrambi riteniamo che un mio trasferimento a Stoccolma sia lo scenario migliore. Dopotutto, in Italia non lascio alle spalle nessun tipo di impiego stabile, bensì soltanto degli studi universitari conclusi di recente. Al di là delle ragioni economiche, però, non avrei mai preso in considerazione un trasferimento in Svezia se non mi fossi ritenuta almeno un minimo in sintonia con il sistema di valori svedesi: apprezzo, fra le altre cose, il rispetto per la diversità, l’enfasi sulla parità di genere, la mancanza di eccessiva interdipendenza fra gli individui, la laicità (applicata) dello Stato, e la filosofia lagom (che significa letteralmente “nella giusta misura”, ovvero un approccio equilibrato nei confronti della vita, idealmente priva di eccessi ma non per questo fatta di privazioni).

Cos’altro posso dire di me? Parto dall’Italia con un’ottima conoscenza dell’Inglese, senza la quale nulla di ciò che sto facendo avrebbe motivo di coinvolgermi. Ho iniziato a studiare Svedese dopo aver conosciuto il mio partner, cercando di barcamenarmi fra le risorse disponibili da autodidatta e dovendone intervallare lo studio secondo il ritmo scandito dagli impegni universitari. Ad oggi fluttuo senza troppo imbarazzo fra un livello A2 e un B1, ovvero con una conoscenza abbastanza completa della grammatica di base, ma con fortissime carenze di vocabolario, pochissimo esercizio “sul campo” e infinite difficoltà nella comprensione orale.

Oltre tutto ciò, al momento mi ritrovo in questo limbo d’attesa nei giorni prima della partenza. Fortunatamente ho ancora abbastanza tempo per scrivere, sebbene questi ultimi ritagli di tempo passati in territorio italiano vengano rosicchiati, di giorno in giorno, da acquisti e operazioni last-minute, nonché da parenti e amici da salutare. A fare da cornice al tutto, delle simpatiche disavventure col corriere che dovrebbe spedire i miei bagagli e la pila di abiti, oggetti e cianfrusaglie varie che torreggia pericolosamente sull’unica valigia che porterò con me in aereo.