Bilancio di due settimane di vacanza in Italia

Per l’intera durata del 2020 e per la prima metà del 2021 sono rimasta a Stoccolma, limitandomi a interagire con amici e familiari italiani tramite videochiamate e messaggi. Il perché di questa scelta si può riassumere in tre punti principali:

  • la pandemia di COVID-19 nel pieno della sua esplosione, che rendeva qualsiasi tipo di viaggio (necessario o di piacere) estremamente sconsigliato;
  • la frequentissima cancellazione dei voli di linea che rendeva impossibile programmare con certezza qualsiasi trasferta;
  • i problemi di salute a cui ho accennato in questo post.

A dire la verità, ho evitato quanto più possibile di incontrare anche amici e conoscenti svedesi per timore di contrarre il virus e, nel migliore dei casi, finire intubata sul fondo di un letto ospedaliero.

Non è stato un periodo piacevole e la mia vita sociale si è ridotta ai minimi storici: io, il mio sambo, e le nostre piante. Si usciva solo per fare la spesa al supermercato di fronte a casa, per sgranchirsi le gambe intorno all’isolato e, nelle occasioni più “esotiche”, per andare e venire dall’ospedale Karolinska di Huddinge tramite mezzi pubblici. Ci si spostava talmente di rado che non c’è stato più bisogno di rinnovare l’abbonamento mensile ai mezzi pubblici e bastava comprare un biglietto al volo sull’app della SL poco prima della corsa di turno.

Credo sia stato questo prolungato “digiuno” sociale ad avermi portata a vivere con ansia e, al tempo stesso, trepidazione la prospettiva di poter rivedere i miei familiari in Italia una volta terminato il ciclo vaccinale.
Ho prenotato il biglietto aereo per la mia città natale a Giugno: un volo KLM con scalo ad Amsterdam per raggiungere il sud Italia. A questo giro, il mio sambo ha preferito rimanere a casa. Del resto, al momento della prenotazione, non c’era modo di sapere se fosse prevista una quarantena forzata una volta giunti in Italia, dato che fare previsioni di questo tipo in una situazione mutevole quale quella delle restrizioni italiane sarebbe stato come cercare di indovinare i numeri del lotto. E, a dirla tutta, stare chiuso in casa per due settimane con i suoceri non è una tortura a cui mi andava di sottoporlo.

E così, un sabato di Agosto ho preso il consueto bus per l’aeroporto di Arlanda e ho dato inizio alla mia vacanza. Sorvolo sulla giornata passata presso i vari aeroporti, perché c’è davvero poco di interessante da dire e l’intera faccenda si potrebbe riassumere con “la gente non ha ancora imparato a usare le mascherine” e “le restrizioni sbandierate ai quattro venti da aeroporti e compagnie varie esistono solo sulla carta“. Sono atterrata intorno alle 23:00 e, immediatamente uscita dall’aeroporto, sono stata sottoposta a tampone antigenico obbligatorio. Devo ammettere che è stato un sollievo vedere quel risultato negativo, perché l’ansia di poter aver beccato il virus dopo aver stazionato per parecchie ore presso due aeroporti diversi non era indifferente.

I giorni seguenti sono stati un susseguirsi di eventi sociali che mi hanno costretta a fare i conti con la realtà di non aver visto anima viva (ad eccezione del mio sambo) per almeno un anno e con quanto a disagio mi sentissi ad incontrare altre persone (seppur vaccinate e sane). Con il passare dei giorni, però, sono riuscita a “riabituarmi” alla vita sociale, seppur gradualmente. Sono persino riuscita ad andare al mare diverse volte (cosa che non ho ancora avuto il piacere di fare in Svezia, sebbene viva lì da quasi tre anni) e abbronzarmi/scottarmi per bene.

Altre attività hanno incluso incontrare vari parenti, passare il Ferragosto a casa di un gruppo ristretto di amici ed esplorare una riserva naturale nella mia regione di origine.

In generale, sono state due settimane davvero piacevoli e rilassanti. Sono riuscita, dopo quello che m’è parso un secolo, a staccare la spina e dimenticare le responsabilità lavorative, il che non è cosa facile. Ho cercato di godermi ciò che di buono ho lasciato in Italia e fatto del mio meglio (non sempre riuscendoci) per ignorare quelle dinamiche fastidiose che si ripresentano ad ogni rientro (ne ho parlato un po’ qui).

Questa volta, però, ho avuto una sorta di epifania: devo riprendere a guidare. Abitando a Stoccolma, non me ne faccio granché di un’auto.
Piccola parentesi: non si può dire lo stesso per l’intero territorio svedese. Un mio amico che abita nel Norrland (parte settentrionale della Svezia) ama sempre dire: “Noi qui ci nasciamo, in macchina!“. Immagino valga lo stesso anche per tutti i residenti dei paesini di una manciata di anime disseminati in mezzo alle varie foreste svedesi. Chiusa parentesi.
Al contrario, visitare i miei in Italia comporta sempre la doccia fredda del realizzare quanto difficile sia fare qualunque cosa senza un mezzo proprio. I trasporti pubblici funzionano male, anzi malissimo, ed essere alle dipendenze altrui è veramente estenuante.

Per un qualche miracolo di sorta, gli astri si sono allineati e, tramite passaggi vari, sono riuscita ad incontrare una mia amica, anche lei emigrata e in vacanza nella nostra città di origine. Neanche a dirlo, lei si trova nella stessa situazione: ha preso la patente diversi anni fa, ma adesso vive in una grande città e di conseguenza non guida più. Quando rientra per visitare sua madre, però, torna a sentirsi come un pacchetto postale che dev’essere sempre trasportato da altri. Io ci trovo anche una sorta di ritorno all’adolescenza, in tutto ciò: “Mamma, potresti accompagnarmi lì?“; “[Sorella], potresti darmi un passaggio?“; “Vorrei andare al mare con X, ma nessuna di noi due ha i mezzi per andarci. Qualcuno può darci uno strappo?“.

Quindi, una volta rientrata in Svezia, ho preso la coraggiosa decisione di spedire il modulo apposito e la copia originale della mia patente e a Transportstyrelsen (una sorta di equivalente della Motorizzazione) per farla convertire nella versione svedese (chi fosse interessato può leggere tutte le istruzioni qui). Il mio obiettivo è, una volta ricevuta la nuova patente, poter riprendere delle lezioni di guida per togliere la ruggine da ciò che ho imparato nel lontano 2014, anno dopo cui non ho più guidato. Sperando di riacquistare un po’ di sicurezza alla guida, vorrei riuscire a spezzare la maledizione dei rientri in Italia confinata a casa dei miei e dell’eterno sballottolamento fra passaggi vari.

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Adesso sono qui a Stoccolma, con ancora una manciata di giorni di vacanza prima del ritorno alla routine lavorativa. L’estate sembra già un ricordo lontano, ma in fin dei conti va bene così.
Uno dei miei buoni propositi per il 2021 era rivedere la mia famiglia in Italia e, almeno questo, posso dire di averlo fatto.

Endless summer

Queste sono giornate in cui la luce del giorno sembra sconfinata e il bel tempo appare perpetuo.

Ore di luce e buio a Stoccolma durante il 2021, tratto da timeanddate.com

Ci troviamo nel pieno dell’estate e, anche nelle ore più buie, non è mai davvero notte fonda. Alle tre e mezza del mattino è già aurora fuori, sebbene il crepuscolo inizi a mala pena intorno alle dieci di sera.

Il “buio” alle 23:15

Durante queste giornate sembra quasi di avere più tempo: non è mai troppo tardi, né troppo buio, per andare da qualche parte o per fare quel che si vuole. Complici i supermercati aperti fino a tardi e mai chiusi durante il finesettimana, basta davvero poco per lasciarsi trasportare dall’atmosfera di “eterna estate”, come la chiamo io.

Al lavoro, il concetto di urgenza (così come quello di scadenze e consegne) svanisce nel nulla e la maggior parte dei colleghi, soprattutto gli svedesi di nascita, sparisce dalla circolazione per almeno quattro settimane di fila. Dopo aver vissuto qui per quasi tre anni, devo ammettere che è davvero facile abituarsi al comfort di queste giornate lunghissime.

Tuttavia, chi vive in Svezia sa bene quanto velocemente cambi tutto ciò. Più a nord si va e più il contrasto diventa apparente.

In un certo senso, in termini di luce è come se esistessero solo due stagioni:

  1. la stagione assoluta, con due varianti: inverno ed estate;
  2. lo sfuggevole tempo intermedio: autunno e primavera.

Durante la prima stagione, la caratteristica dominante (buio in inverno, luce in estate) regna incontrastata per mesi. Non si avvertono particolari differenze da un giorno all’altro e pare quasi che il pendolo immaginario che oscilla fra il solstizio d’estate e il solstizio d’inverno rallenti considerevolmente in prossimità degli estremi della sua traiettoria. Durante questi periodi è facile abituarsi (o rassegnarsi) all’idea che nulla cambierà per molto tempo.

Al contrario, durante autunno e primavera la velocità dei cambiamenti nella durata della luce giornaliera accelera in modo frenetico e lampante. Va da sé che questa metamorfosi così palese abbia effetti opposti sull’umore generale a seconda di ciò che ci si lascia dietro: nessuno rimpiange il tramonto del sole alle due e mezza del pomeriggio e il buio più totale già alle quattro, così come ben pochi sono felici di realizzare che le giornate si accorcino a vista d’occhio.

Molto spesso, i residenti mettono in guardia coloro che hanno intenzione di trasferirsi in Svezia dal buio e dalle condizioni meteorologiche tetre dei mesi invernali, ma non sprecano mezza parola sull’estate. Sebbene conosca diverse persone che hanno fatto della Svezia la loro nuova dimora e che hanno, effettivamente, sofferto durante i periodi di buio intenso, conosco altrettanti individui (fra cui me stessa) che hanno avuto difficoltà di gran lunga maggiori ad adattarsi alla luce interminabile dei mesi estivi. Durante il mio primo anno qui a Stoccolma, ho dovuto installare in camera da letto una tapparella avvolgibile per bloccare la luce che altrimenti continuava a svegliarmi ad orari improbabili ogni singola notte di Giugno.

Ma, in fin dei conti, ci si abitua a tutto e, con il passare del tempo, si impara ad apprezzare ogni caratteristica della stagione corrente. Pur sapendo che solo Agosto mi separa dalla folle picchiata verso il periodo dell’anno meno luminoso, mi godo questa seconda metà dell’estate come se non dovesse finire mai.

AAA Cercasi autrice

Che fine ho fatto?

Non aggiorno da parecchio tempo e l’assenza si nota.

La verità è che ho provato diverse volte a scrivere qualcosa, e avevo persino portato un paio di post a buon punto. Alla fine, però, ho deciso di non pubblicarli.

Cercherò di farla il più breve possibile, perché so che non riuscirò a scrivere nient’altro se prima non affronto questo argomento.

Alla fine del 2020 (ironicamente due settimane dopo aver pubblicato questo post), mi è stata diagnosticata una malattia autoimmune cronica.
Sebbene, fino ad ora, la patologia in sé abbia compromesso la mia salute fisica solo in forma lieve, il dover fare i conti con il peso schiacchiante dei se, dei ma, e di tutti gli scenari orribili che la mia mente ama visitare nei momenti di debolezza, ha messo completamente in ginocchio la mia salute mentale.

In aggiunta a tutto questo, ho iniziato una (necessarissima) terapia a base di immunosoppressori, il che ha reso la situazione pandemia pesantissima. Da un giorno all’altro sono passata da “Faccio del mio meglio per non beccare il COVID-19, ma anche se dovessi prenderlo ho buone probabilità di uscirne indenne” a “Non posso permettermi minimamente di prendere il COVID-19 perché, oltre ad avere alte probabilità di uscirne male, l’infezione potrebbe dare motivo a quel che resta del mio sistema immunitario malato di fare ulteriori danni”.

Ho provato a scrivere della mia esperienza, perché ritengo che, in fin dei conti, anche queste siano cose che vale la pena raccontare. Tuttavia, arrivata ad un certo punto, non sono riuscita ad andare avanti perché i ricordi si sono fatti troppo personali e dolorosi.

Quindi, per ora, ho deciso che non ne scriverò.
L’unica cosa che mi sento di dire è che al momento sto abbastanza bene e sono seguita da specialisti/e e infermieri/e che hanno dimostrato una competenza e un’umanità incredibile (in barba a qualsiasi stereotipo sulla freddezza scandinava).

Questo è quanto. Spero che aver finalmente affrontato il proverbiale elephant in the room che aleggiava su questo blog da Novembre a questa parte possa contribuire ad un ritmo di post più frequente.

Sanità svedese: brevi cenni e la mia esperienza (finora)

Di recente, mi sono ritrovata a dover usufruire di alcuni servizi inerenti al sistema sanitario svedese. Sì, quello su cui tutti hanno opinioni diverse: basta fare una breve ricerca sul gruppo Facebook “Italiani a Stoccolma” per rendersi conto di quanto divergenti siano le opinioni al riguardo.

Ecco alcuni estratti (anonimi):

Se hai problemi di salute, non é il migliore paese per vivere. Qua i servizi di sanità fanno schifo, a meno che ti trovi un dottore in questo gruppo. I dottori qua non sono bravi, non ti esaminano per bene, e ti fanno aspettare anche se è urgente.

Finora ho avuto a che fare con due medici. Erano entrambi super competenti, scrupolosi e, soprattutto, nessuno di loro era stressato dal troppo lavoro. Mi hanno ricevuta con molto pazienza facendomi domande e spiegandomi tutto nei dettagli. Super disponibili a rispondere con calma a tutte le mie domande.

Se hai problemi di salute, ti sconsiglio la Svezia. La sanità qui non è il massimo.

Io ho avuto una patologia grave non meno di 3 mesi fa. Non ho dovuto aspettare nulla e ho trovato medici bravi.

Potrei continuare, ma è davvero un continuo tira e molla fra coloro che si professano entusiasti/e della sanità svedese e quelli che ne parlano alla stregua di Satana. Per quanto mi riguarda, credo che diversi fattori entrino in gioco in questo campo:

  • Nessun paese ha un sistema sanitario infallibile: le mele marce sono dappertutto e un’esperienza negativa non è sinonimo di un sistema scadente (così come una singola esperienza positiva non rende eccellente l’intero apparato di cui fa parte).
  • Operare con modalità diverse non significa necessariamente operare con modalità sbagliate. E ripetiamolo ancora una volta, dato che questo messaggio non sembra arrivare: solo perché qualcosa non viene fatto come da tradizione al paesello in cima ai monti in cui si è nati/e, non significa che il personale sia incompetente o che non ci sia una strategia dietro. Attenzione: non significa nemmeno che siano automaticamente modalità migliori. Il punto sta proprio nel chiedersi (e rispondersi in modo sincero): “Quanto ne so effettivamente sull’argomento? Posseggo le competenze necessarie a valutare quale sia l’alternativa migliore?”. Se la risposta è no, sarebbe bene riconoscere che disprezzare per partito preso ciò a cui non si è abituati/e è una scelta infelice, specialmente per chi è espatriato/a.
  • Seguire le regole rende la vita più facile. Se una certa procedura richiede che si facciano X, Y e Z prima di presentarsi da qualche parte, è più probabile che si incontrino meno difficoltà dopo aver compiuto un minimo sforzo per seguire tali regole. Se invece ci si catapulta direttamente lì, iniziando a pretendere questo e quest’altro perché leggere quattro righe di indicazioni su internet è troppo faticoso, allora le probabilità di avere un’esperienza negativa aumentano a dismisura.

Fatta questa premessa, vorrei parlare brevemente della mia esperienza con la sanità (pubblica e privata) qui in Svezia.
Contesto necessario:

  • In Svezia, oltre ai classici ospedali (sjukhus) e pronto soccorso (akutmottagningar), la sanità è organizzata sul territorio sotto forma di diversi vårdcentraler, ovvero dei poliambulatori presso cui si prende appuntamento (è raro che si possa essere visitati/e senza) per tutte quelle esigenze che non richiedono un intervento urgente. Il vårdcentral è la struttura sanitaria con cui la persona media ha a che fare maggiormente.
  • Normalmente ci si registra al vårdcentral di preferenza e presso di esso si sceglie un medico di base. Oltre a consulti generici, il vårdcentral può offrire anche assistenza specializzata, ammesso che la sezione necessaria sia presente all’interno della struttura scelta. In caso contrario, ci si può sempre recare presso un vårdcentral diverso per esigenze specifiche, in quanto essere registrati ad un determinato centro non preclude la possibilità di visitarne altri.
  • I vårdcentraler permettono di accedere ai servizi di sanità pubblica, ma è anche possibile che alcune strutture ospitino specialisti privati.
Vårdcentraler situati nella parte sud di Stoccolma

Al momento della stesura di questo post ho ventisei anni e, per quanto ne so al momento, non sono affetta da alcuna patologia particolarmente grave. Sono in buona salute la maggior parte del tempo e me la cavo con qualche raffreddore qui e lì durante il corso dell’anno.

Detto ciò, mi è capitato comunque di cercare un consulto medico svariate volte: l’anno scorso, ad esempio, un dente ha iniziato a far male e ho prenotato un controllo tramite Folktandvården (ente pubblico). Lo scorso Giugno, invece, ho iniziato ad avere un fastidiosissimo caso di scolo retronasale e, non sapendo se la cosa potesse essere in un qualche modo connessa al COVID-19, ho parlato con un medico tramite videochiamata sull’app Alltid Öppet per evitare di muovermi da casa (anche in questo caso, servizio pubblico). Verso la fine dell’estate, ho contattato un centro (privato) specializzato in chirurgia laser per la correzione di disturbi visivi perché mi piacerebbe, ad un certo punto, togliere gli occhiali. La settimana scorsa, invece, mi sono sottoposta ad una visita ginecologica presso la sezione apposita del mio vårdcentral. Non è tantissimo, ma queste occasioni mi hanno dato modo di iniziare ad avere un quadro della situazione.

Impressioni positive:

  • Il sistema è al passo coi tempi (almeno qui a Stoccolma). Se si ha buona dimestichezza con la tecnologia, è possibile fare tantissimo digitalmente: scegliere un vårdcentral e un medico di base, prenotare/riprenotare/disdire visite, chattare con il personale medico, farsi visitare tramite videochiamata, consultare il proprio “diario” per vedere un resoconto delle diagnosi ricevute di volta in volta, consultare le date delle prossime prenotazioni, ricevere comunicazioni di vario tipo (e scegliere in che formato riceverle).
  • In generale, ci sono moltissime informazioni sul sito ufficiale di riferimento 1177.se, al quale ci si può registrare per accedere ai servizi (pubblici) sopracitati. Il sito è disponibile anche tramite applicazione per cellulare sotto il nome di “1177 Vårdguiden“. Un’altra applicazione connessa al servizio sanitario pubblico e già citata in precedenza è Alltid Öppet (il cui nome significa “Sempre aperto”), che permette di chattare o videochiamare il personale medico, oltre che di accedere a contenuti informativi di vario tipo. Al momento, Alltid Öppet è anche l’applicazione utilizzata ufficialmente per richiedere il test per il COVID-19.
  • La stragrande maggioranza del personale medico (inclusi coloro che rispondono al telefono) parla Inglese, quindi conoscere lo Svedese non è un requisito indispensabile per farsi visitare o per parlare con qualcuno.
  • Non so come funzioni nella pratica, ma in teoria è anche possible richiedere un interprete per lingue diverse dall’Inglese nel caso in cui non lo si conosca (maggiori informazioni su 1177.se).
  • Ho sempre trovato i locali da me visitati puliti, accoglienti, moderni, e lontani anni luce dallo stereotipo secondo cui uno studio medico o un ospedale debbano necessariamente avere un’atmosfera malsana e deprimente.
  • Questo dipende sicuramente dal vårdcentral che si visita, ma almeno per quanto mi riguarda ho trovato ottimo il non dover fare la spola fra mille luoghi diversi per effettuare ecografie o analisi al sangue necessarie a procedere con la diagnosi. Il medico di turno ha fatto tutto da sé o, al massimo, ha richiesto personalmente (e istantaneamente) il servizio alla sezione di competenza dello stesso vårdcentral, senza costi aggiuntivi e senza dover consegnare richieste scritte di alcun tipo.
  • Oltre un certo limite, le visite mediche sono completamente gratuite (frikort). Premesso che l’assistenza sanitaria pubblica è finanziata dalle tasse e nella maggior parte dei casi gratuita, effettuare una visita presso un vårdcentral comporta comunque un costo (a mo’ di ticket italiano) che varia a seconda del tipo di prestazione (giusto per dare un’idea, ho pagato 350 SEK per la visita più recente). Tuttavia, esiste un tetto massimo annuale (1150 SEK nella contea di Stoccolma) oltre cui si ottiene una cosiddetta frikort, ovvero un’esenzione da ulteriori costi valida per i 12 mesi successivi. Un meccanismo simile esiste anche per i costi dei medicinali.
  • Per quel che può valere, le mie esperienze finora sono state per lo più positive. In due casi, il medico di turno ha prenotato una visita successiva per monitorare una situazione non chiarissima, mentre qualcuno di più superficiale avrebbe potuto tranquillamente lasciarmi al mio destino o prendere una decisione affrettata.

Impressioni negative:

  • Come già detto, sono moltissime le informazioni disponibili. Tuttavia, la gran parte di esse è in Svedese. Premesso che sono una fervente sostenitrice della necessità di imparare la lingua del luogo in cui si vive, sono comunque consapevole del fatto che raggiungere un livello che permetta di districarsi fra termini medici e burocratici richiede anni, e i problemi di salute arrivano a prescindere dalle competenze linguistiche. 1177.se ha molti contenuti anche in altre lingue, così come in Svedese semplificato, ma molto spesso ho notato una differenza non trascurabile fra la qualità (e la quantità) dei contenuti in Svedese e quelli in Inglese. Qualcuno mi dirà “A caval donato non si guarda in bocca“, dato che in molti altri paesi non esiste alcun riguardo nei confronti dei residenti stranieri, e ciò che la Svezia offre sarebbe già un sogno. Tuttavia, conoscendo gli standard e i valori svedesi, trovo che quest’area possa migliorare ulteriormente.
  • Prenotare una visita al vårdcentral o tramite Folktandvården può richiedere molti, mooolti tentativi. Per prenotare la primissima visita è spesso necessario telefonare, che già di per sé rappresenta l’inizio di varie difficoltà: a rispondere è quasi sempre una voce automatica (in Svedese) che elenca le varie alternative disponibili. Spesso è possibile ascoltare una versione in Inglese dello stesso messaggio, ma, anche in questo caso, le informazioni ricevute possono essere approssimative. Tanto per fare un’esempio, l’ultima volta che ho cercato di prenotare una visita telefonando, il messaggio in Inglese adduceva sempre un errore generico (“Al momento questo servizio non è disponibile”) prima di terminare la chiamata. Quando, esasperata, ho deciso di seguire i messaggi in Svedese tanto per vedere se ci fosse una differenza, ho ricevuto molti più dettagli sul perché la chiamata venisse sempre terminata: la coda per quella giornata era già piena e l’unica soluzione era riprovare direttamente il giorno seguente. Se non avessi ascoltato i messaggi in Svedese, avrei probabilmente sprecato l’intero pomeriggio continuando a chiamare. Riguardo Folktandvården, sto ancora provando a prenotare il classico controllo annuale da qualche parte nelle vicinanze di casa mia (l’anno scorso l’ho effettuato vicino al mio posto di lavoro precedente ma, non avendo più motivo di andare lì, vorrei risparmiarmi il tragitto). Neanche a dirlo, la clinica da me scelta sembra essere perennemente strapiena e dovrò con molta probabilità ridirezionare le mie ambizioni altrove.
L’eterno messaggio di errore che ricevo quando provo a prenotare una visita presso un dentista che non si trovi dall’altra parte della città.

Verdetto?

A prescindere da certe testimonianze che descrivono la sanità svedese come una centrale nucleare gestita da un gruppo di gorilla ubriachi, il verdetto è che io non ci ho trovato nulla di palesemente sospetto o demoniaco, per lo meno nei miei due anni di permanenza qui a Stoccolma. Non metto in dubbio che eventuali mancanze riscontrate da altri/e possano esistere davvero, ma è pur sempre vero che la situazione non è nemmeno così allo sbaraglio come alcuni/e vorrebbero lasciare intendere.

Ricordo che non sono un medico e che, per quanto abbia cercato di linkare le fonti dove possibile, tutto ciò che è scritto qui è soggettivo, non ufficiale, e potrebbe cambiare da un momento all’altro. Opinioni (diverse e non), precisazioni e correzioni sono più che benvenute, purché formulate con tono civile.

Osservando la vita da lontano ai tempi del Coronavirus

Che ve lo dico a fare?

Nessuno poteva aspettarsi che il 2020 ci costringesse tutti in quarantena.
C’è sempre un che di tristemente esilarante nel guardare nuovamente i video dei conti alla rovescia della notte di Capodanno, sapendo a cosa si andava incontro.

Ci sarebbe tanto da dire al riguardo: dalla strategia adottata dal governo svedese a come la gente comune affronti la pandemia nella vita di tutti i giorni, dalla penuria di carta igienica sugli scaffali del supermercato alle domande che mi arrivano imperterrite dall’Italia sul perché qui si possa uscire di casa così liberamente.

E io, davvero, so che dovrei parlarne, ma la verità è che non ne ho affatto voglia. Non guardo molta TV a casa, ma ogni volta che do uno sguardo ai social vengo travolta da uno tsunami di articoli, opinioni, mezze verità e titoli clickbait che non lasciano scampo.  Normalmente mi ritengo dotata di sufficiente giudizio critico da formare un’opinione salda, ma questo perpetuo rimbalzare di pseudo-fatti, smentite e sproloqui vari mi ha invece convinta che la cosa migliore da fare sia serrare la bocca e lasciare che la comunità scientifica e i suoi rappresentanti in ogni paese si esprimano senza il mio ausilio ignorante.

E quindi di che parliamo? Dato che non posso magicamente estromettermi dalla società, e dato che la suddetta società non può fare a meno di essere coinvolta dal Coronavirus, ne parliamo lo stesso. Ma: senza formulare giudizi di sorta e lasciando la laurea in epidemiologia rilasciata dall’Università della Vita (qui meglio conosciuta come livets hårda skola) nel cassetto. Fermo restando che qualsiasi fatto riportato qui è puramente aneddotico (e quindi di valore non assoluto, non universale e non scientifico), mi limiterò a parlare delle mie vicende personali.

Non ricordo più la data esatta, ma un bel giorno alla fine della seconda o terza settimana di Marzo il mio datore di lavoro ha comunicato a tutti noi dipendenti che, a partire dal giorno seguente, avremmo dovuto lavorare da casa. “Poco male“, ho pensato io, dato che posso tranquillamente fare la sviluppatrice di software anche da casa. Peccato che, essendo lì solo da una manciata di giorni, fossi oggettivamente la persona meno esperta dell’intera azienda e non essere fisicamente nella stessa stanza dei miei colleghi rendesse l’onboarding improvvisamente molto più complicato. Ciononostante, tutto è filato liscio fino ad ora: la nuova azienda mi piace molto e lavorare con i miei colleghi è davvero un piacere. Niente a che vedere con quel cumulo di tristezza presso cui lavoravo prima a Solna. Insomma, un miglioramento sotto tutti i punti di vista.

Però…

Ovviamente sarebbe noioso se andasse sempre tutto bene, quindi grazie alla situazione di incertezza creata dal Coronavirus, il mio capo ha iniziato a farsi paranoie sempre maggiori sul futuro dell’azienda e sulle misure da adottare per “fare in modo di uscirne nella forma migliore possibile” (cit.). Il tono dei suoi live stream è passato dallo spensierato “NOI FACCIAMO COSE SU INTERNET QUINDI SIAMO INTOCCABILI” al lugubre “L’INCERTEZZA SPAVENTA LE BANCHE DAI CUI PRESTITI NOI DIPENDIAMO, QUINDI POTREMMO DOVER METTERE IN ESUBERO UN PO’ DI PERSONE PER RISPARMIARE“. Ed eccoci qui.

Al momento ho ancora un posto di lavoro, ma essere avvisata di una futura sessione di aggiornamento con il mio capo equivale ormai alle mie orecchie al gracchiare degli uccelli del malaugurio. Finora sono sempre stata in grado di tirare un sospiro di sollievo alla fine di ogni comunicazione, ma non tutti sono stati così fortunati: circa un’ottantina di colleghi è stata costretta a levare le tende e so di conoscenti (che lavoravano per aziende diverse sempre qui nell’area di Stoccolma) i quali si sono ritrovati disoccupati da un giorno all’altro per via del virus. Una di loro lavorava per un’azienda di monopattini elettrici (quindi, vabbe’, non esattamente il massimo della stabilità lavorativa), mentre l’altro è un ex collega che lavorava come sviluppatore con me a Solna (posizione di norma molto ricercata e con cui è difficile trovarsi a casa a far nulla). Neanche a dirlo, la cosa non sembra promettere per niente bene, dato che, indipendentemente dal proprio settore, sembra ci si possa ritrovare improvvisamente senza lavoro.

Tuttavia, mi sono ripromessa di non arrovellarmi troppo sulla questione: certe situazioni sono fuori dalla mia sfera di controllo e l’unica cosa che posso fare è cercare di limitare eventuali danni. Il risvolto concreto di questa filosofia è stato l’iscrivermi ad A-Kassa, che è una sorta di assicurazione contro la disoccupazione. Esistono diverse a-kassor in Svezia, gestite dai sindacati e adatte a diversi tipi di settore e impiego. Ho trovato quella più adatta a me su Sveriges A-Kassor e, adesso che sono iscritta, pagherò l’equivalente di una decina di euro al mese per garantirmi un qualche tipo di reddito sufficiente in caso di licenziamento.

Lasciando da parte le questioni lavorative, la mia vita quotidiana non ha subito grandissime ripercussioni. È vero che il paese non è in lockdown e non vige alcun divieto di uscire, ma, complice il dover lavorare da casa, io e il mio sambo ci muoviamo davvero pochissimo, giusto quelle rare volte per fare la spesa al supermercato (situato, tra l’altro, a un tiro di sasso dalla nostra abitazione) o per sgranchirci le gambe intorno al nostro isolato.

Al contrario di molte persone, magari cresciute al centro di grandi città in cui tutto è raggiungibile tramite mezzi pubblici o semplicemente camminando, ho trascorso una grandissima parte della mia vita pre-Svezia in uno stato pressoché uguale a quello attuale, se non addirittura più limitato. In Italia, ho sempre vissuto in un paesino sperduto in cui non era possibile muoversi senza l’ausilio di un’automobile. Nonostante abbia preso la patente non appena finito il liceo, non l’ho mai davvero utilizzata (dal momento che non potevo permettermi un’auto mia) e l’idea di guidare in sé non mi ha mai davvero fatto impazzire. Potendo, quindi, uscire di casa solo quando erano altri a guidare, la mia routine era formata principalmente da attività compatibili con la mia vita casalinga.

Ora, quel tipo di situazione non era esattamente il massimo delle mie aspirazioni ed averla abbandonata in favore della possibilità di spostarmi a mio piacimento è qualcosa che ripeterei infinite volte. Detto ciò, è comunque vero che l’attuale situazione ha molto in comune con quei tempi di “clausura”, quindi non la vivo davvero come un cambiamento drastico. Semmai, provo un vago senso di delusione al pensiero di star vivendo esattamente come allora, come se fossi tornata indietro. A parte la tristezza del non poter fare alcun tipo di progetto futuro, pur sapendo che si tratta di una condizione temporanea, la situazione non ha nulla di nuovo e, in un modo o nell’altro, me la faccio andar bene.

Ciò che trovo più difficile da digerire è l’osservare me stessa in questa situazione di “vita in pausa”, per così dire, e vedermi rimandare attività che sarebbero in verità del tutto fattibili. Giusto per fare un esempio, a Gennaio ho stilato la classica lista di buoni propositi per l’anno nuovo e queste erano alcune delle mie ambizioni:

  • Fare più esercizio fisico;
  • Pianificare con maggior anticipo e dettagli i progetti che lo richiedono;
  • Viaggiare di più;
  • Mangiare in modo più salutare;
  • Frequentare nuovi corsi di Svedese per raggiungere il livello B2;

Va da sé che alcuni di questi obiettivi non sono raggiungibili (né lo saranno per il resto dell’anno) per forza di cose, ma iscrivermi a nuovi corsi di Svedese, tanto per fare un esempio, non è certo impossibile. L’unica “scocciatura” è doversi far andar bene le lezioni online, che sarebbero comunque meglio di niente. E l’esercizio fisico potrei farlo a casa, o presso la palestra che si trova letteralmente all’interno dello stesso palazzo in cui vivo. Insomma, ci sarebbero modi di far qualcosa, senza ombra di dubbio, ma a mancare è la voglia. Spero che l’estate riporti un po’ di vitalità.

Insonnia

Stanotte non riesco a dormire.
Domani è il mio ultimo giorno presso l’azienda per cui ho lavorato nell’ultimo anno e mezzo e, per quanto mi infastidisca ammetterlo, la solita ansia è tornata a farsi viva sotto forma di irrequietezza e incapacità di staccare la spina.

E quindi adesso sono qui, rannicchiata in un angolo, a sfiorare la tastiera quanto più lievemente possibile per non svegliare il mio sambo che dorme in camera da letto.

Non so cos’è che mi prenda, a volte. Certo è che c’è ben poco di razionale.

È stata una mia decisione, quella di cambiare posto di lavoro. È sempre stato una sorta di tira e molla, un alternarsi di periodi in cui andare in ufficio sembrava una parte integrante (e tutto sommato piacevole) della mia giornata e altri in cui il solo pensiero di rifare tutto da capo il giorno dopo mi faceva venir voglia di seppellirmi sotto le coperte in eterno.

Alla fine, l’insoddisfazione ha avuto la meglio. Ho sempre avuto l’impressione che le premesse fossero sbagliate sin dal principio:

  • Il lavoro prospettatomi durante il colloquio è risultato essere aria fritta. Ovvero: sono stata assunta per via di determinate competenze che non ho mai avuto modo di utilizzare in modo soddisfacente. In altre parole, mi sono sentita raggirata e, nei mesi in cui avrei potuto imparare qualcosa di utile, ho dovuto invece lavorare su tecnologie estremamente di nicchia (e non in senso positivo) che non potrò mai utilizzare da nessun’altra parte. Non è mai bello sentire di star sprecando il proprio tempo;
  • Il colloquio in sé mi ha lasciato un retrogusto amaro. Mi sono sentita mediocre durante la prova tecnica e, in generale, ho sempre avuto l’impressione di essere capitata lì per puro errore. Certo, la sindrome dell’impostore esiste davvero e prima o poi tutti ci incappano, ma di certo non aiuta sapere di aver superato una selezione per pura fortuna;
  • Certe politiche aziendali erano davvero infelici. In particolare, l’essere “deumanizzata” e considerata esclusivamente come “risorsa” da spostare di qua e di là mi ha dato particolarmente fastidio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’esser stata spostata da un team all’altro con zero preavviso o coinvolgimento. Neanche a dirlo, un altro collega (veterano) a cui è toccata la stessa sorte ha mollato da lì a poco;
  • Voglia di vivere, saltami addosso! Mai unuscita fra colleghi anche solo per prendere un bicchiere d’acqua insieme, mai un qualcosa di vagamente sociale. Ho lavorato altrove qui a Stoccolma e ho conosciuto i colleghi del mio sambo, quindi so per certo che esistono realtà meno noiose. Ho anche provato a prendere l’iniziativa io stessa, ma ovviamente non si è mai riuscito a trovare il modo di far funzionare nulla. Mioddiocheppalle.

Perdonate la tirata, ma devo farmi venire sonno in un qualche modo.
Provo di nuovo a dormire e, appena possibile, aggiorno.

Cosa non mi piace dei rientri in Italia

Torno spesso in Italia durante le vacanze. Amo i luoghi in cui ho trascorso la mia vita prima del trasferimento a Stoccolma e lì ho una rete di affetti a cui mi sento legata in modo indissolubile.

Tuttavia, ci sono lati dei miei rientri in patria che mi fanno storcere il naso (e non poco). Vi confesso che molto spesso mi ritrovo a dover far buon viso a cattivo gioco per non rovinare il poco tempo che ho a disposizione.

Vediamo insieme le note dolenti più ricorrenti:

  • I voli con scali
    miniature of a planePrimi sulla lista e immediati “effetti collaterali” dei rientri in Italia, i voli con scali avranno sempre tutto il mio odio incondizionato. Allungano inutilmente un tragitto che, con volo diretto, durerebbe a malapena tre ore e mezza e, in generale, aumentano esponenzialmente la percezione della distanza fra Stoccolma e la mia città d’origine. Anche i problemi aumentano, e purtroppo non si tratta solo di un’impressione: di fatti, doppio volo significa doppia possibilità di cancellazione/ritardi, doppia possibilità di smarrimento dei bagagli, doppia perdita di tempo all’aeroporto e doppia possibilità di incorrere in qualsiasi altro inconveniente. Grrrr.
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  • I commenti inopportuni dei parenti ficcanasotalkingOvvero: la mancanza del concetto di privacy. Tutti si sentono in diritto di mettere bocca su questioni strettamente personali per il semplice fatto di avere un legame di sangue con te. Questa è, in assoluto, una delle cose più fastidiose e mette davvero a dura prova la mia pazienza.
    > “Non si parla ancora di matrimonio, eh?” – domanda postami letteralmente durante la primissima visita in Italia dopo il trasferimento, ovvero quattro mesi dopo l’inizio della convivenza con il mio sambo.
    > “E così però non posso crescermi i nipotini!” –  metodo infallibile per creare imbarazzo, dando per scontato che ci siano figli in programma. Soprattutto se non ce ne sono.
    > “Adesso convivete, però dovreste regolarizzare questa situazione il prima possibile…” – da notare la scelta del termine “regolarizzare”, come se si stesse parlando di un’attività clandestina e non della mia relazione sentimentale;
    > “Ma come fa il tuo ragazzo per i pasti, adesso che non ci sei tu?” – sembra incredibile, ma… sa cucinare anche lui. Bam. Scioccante.
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  • Mentalità ristretta e preconcetti medievali
    medieval-armor
    Questa va di pari passo con la precedente. Anzi, si potrebbe dire che ne sia la causa. Soprattutto in una famiglia di stampo ipercattolico come la mia, essere agnostica e compiere scelte fuori dagli schemi accettati dai più non è per niente facile.
    Secondo questa visione (per me) medievale del mondo, convivere con il proprio partner senza essere sposati implica una non-serietà della relazione a cui bisogna rimediare con un matrimonio (ovviamente religioso). Il fatto che si voglia aspettare di capire se effettivamente la coppia funzioni bene viene visto come un segno di sfiducia e insicurezza nei confronti della relazione, perché ovviamente tutti sanno che “sai subito se è quello giusto“, che le coppie sposate male assortite non esistono, e che gli asini volano.
    Allo stesso modo, una donna può solo essere veramente felice diventando madre, dato che il suo ruolo principale è quello di incubatrice e il fatto di essere una persona con sogni, preferenze, paure e aspirazioni proprie è un dettaglio irrilevante. L’uomo, dal canto suo, è fisiologicamente incapace di prendersi cura di sé, del luogo in cui vive e di compiere tutte quelle azioni quotidiane che nella società contemporanea definiremmo “essere un adulto autonomo e responsabile”. Ovviamente deve anche avere una fissazione maniacale per il sesso e avere lo stesso livello di autocontrollo di un automa programmato per l’inseminazione di massa. Non sia mai che si tratti di un individuo dalla personalità unica, non necessariamente riconducibile a fantomatici modelli universali.
    Ora, gli esempi appena citati scaturiscono da concetti saldamente radicati nella forma mentis dei più tradizionalisti. Di conseguenza, trovo davvero difficile parlare con loro del mio modo di vivere la vita o partecipare a qualsiasi altra discussione senza rimpiangere il progresso sociale in tema di diritti civili e parità di genere che la Svezia ha già raggiunto decenni fa. A dirla tutta, diventa difficile persino dire di essere diventata vegetariana o farsi vedere con un colore di capelli diverso dal solito.
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  • “Tutto il mondo è paese!”
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    Questa frase mi viene ripetuta costantemente, tanto che oramai mi sono rassegnata al fatto che ogni singolo rientro comprenderà, fra le altre cose, almeno una o due invocazioni del suddetto mantra ineluttabile. Per quella che ritengo essere ironia della sorte, i seguaci più arditi di questa filosofia sembrano essere perlopiù coloro i quali, il naso fuori di casa, davvero non l’hanno messo mai.
    Per carità: vi è certamente del vero nel sostenere che alcuni difetti siano parte della natura umana e, in quanto tali, comuni a qualsiasi popolo o nazione. Tuttavia, sopporto a fatica l’aria di sufficienza adornata dal classico sorriso beffardo di chi adopera questa frase con il palesissimo intento di denigrare qualsiasi altro luogo che non sia l’Italia e, al tempo stesso, insinuare una fantomatica superiorità della stessa.
    Ora, non sento di certo il bisogno di difendere la Svezia, soprattutto perché discutere con chi al massimo esce di casa per comprare il pane mi sembra piuttosto inutile. Eppure, questa frase continua a darmi fastidio e non posso fare a meno di leggervi una punta di invidia, quasi come se si gioisse delle disgrazie altrui per rassicurarsi del fatto che, dopotutto, l’essere bloccat* in un luogo che alimenta la propria insoddisfazione (per qualsiasi motivo: mancanza di lavoro o altro) sia l’alternativa migliore.
    Detto ciò, ci terrei a precisare che l’Italia non è necessariamente un luogo in cui è impossibile realizzarsi o sentirsi felici: semplicemente, il mio riferimento all’insoddisfazione nasce dal fatto che chi utilizza questa frase nella modalità da me descritta è anche la medesima persona che non fa altro che lamentarsi di quanto la propria vita faccia schifo per motivi direttamente riconducibili alla sua collocazione nel mondo.
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  • Andarsene è facile, i veri eroi sono quelli che rimangono

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    Tutte le medaglie dei veri eroi che rimangono.

    Altro grande classico caro alla medesima categoria di persone dell’esempio precedente. Anche in questo caso, si tratta di una critica (nemmeno troppo velata) nei confronti di chi ha lasciato l’Italia per trovare un impiego stabile o per seguire le proprie aspirazioni.
    Già, perché è davvero inaccettabile che qualcuno, resosi conto di voler una vita diversa, faccia qualcosa affinché ciò avvenga. Molto meglio, piuttosto, stagnare nella propria immobilità e tristezza, perché del resto non c’è niente di meglio che salvare il paese lavorando in nero e facendosi pagare in visibilità.
    Grazie tante, ma potete tenervi pure titoli e onorificenze: io ho una vita sola e voglio provare a viverla in modo dignitoso. Farò l’eroina quando saprò di poter fare anche solo una minima differenza, cosa che di certo non avverrà assecondando di proposito lo stesso circolo vizioso a monte del problema.
    Come nel caso di “tutto il mondo è paese“, si incolpa chi lascia l’Italia per dar sfogo alla propria frustrazione. Si tratta di una manifestazione pratica del famoso “mal comune, mezzo gaudio“, seppur all’inverso: constatare che realtà diverse sono ancora possibili crea un disagio talmente grande da causare l’immediato bisogno di sminuire i traguardi altrui e sopraelevare la propria posizione, rivestendola di una non meglio specificata nobiltà d’ideali (quando invece le motivazioni dietro la permanenza, forzata o meno che sia, sono tutt’altre – e non mi permetterei mai di giudicarle).
    Che poi, a dirla tutta, andarsene è tutt’altro che facile, ma chiunque abbia un minimo di esperienza nel campo lo sa già.

  • Mezzi pubblici: ritorno alla preistoriaphoto-1485852673666-dcbe2cbe5227Guardiamo in faccia la realtà: non tutti gli angoli del Bel Paese sono stati raggiunti da un sistema di trasporto pubblico efficiente. E quindi, a meno che si abbia a disposizione un’auto (e la si possa guidare), ogni singolo spostamento diventa improvvisamente un’impresa titanica. Attese a vuoto alle fermate degli autobus, ingorghi nel traffico e infinite missioni di ricerca delle tabelle con gli orari delle corse: decisamente qualcosa di cui non sento affatto nostalgia.
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  • Gente che aspetta l’ultimo momento per chiederti di uscire (e che si offende se non si riesce ad organizzarsi)
    clear glass with red sand grainerPrima che diventassi io l’espatriata, ho visto accadere la medesima cosa ad amici e parenti emigrati altrove, quindi la considero ormai una legge universale: ci sarà sempre quella persona che ti contatterà all’ultimo momento per chiederti se, per caso, hai modo di organizzare un’uscita insieme. Ora, questo va detto: fa sempre piacere che qualcuno voglia vederti, anche se dovesse trattarsi di qualcuno di inaspettato (parenti lontani ne abbiamo? Ma sì, dài, quelli che giurano di amarti come una figlia sebbene tu li abbia visti sì e no due volte in tutta la tua vita). Tuttavia, è importante ricordare che chi rientra in Italia per le vacanze ha, di norma, circa una cinquantina di persone da vedere ogni mezz’ora e solo pochi giorni a disposizione. Quindi, bisogna necessariamente contattare l’interessato/a per tempo, soprattutto se non si è nella cerchia di amici e parenti strettissimi che la persona in questione avrà certamente provveduto a contattare da sé. Davvero, non è per cattiveria o perché ci si è “montati/e la testa”: è semplicemente naturale che, dato il tempo limitato, si dia priorità alle persone più vicine. Questo non vuol dire che non si possa incontrare nessun altro, ma va da sé che mostrare interesse per tempo è indispensabile.
  • “Tu non c’eri…”
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    …E quindi, automaticamente, non deve potermene importare nulla. O almeno questo è ciò che fin troppe persone sembrano pensare di chi è emigrato/a.
    Abitare lontano non ci impedisce di avere sentimenti: se una persona a cui siamo legati/e si ammala gravemente, se un amico/a soffre, se qualcosa di spiacevole accade a qualcuno a cui teniamo, stiamo male anche noi, e la distanza non fa altro che farci sentire impotenti, piuttosto che attutire il dolore.
    C’è poco da fare: non saremo lì a piangere con voi in sala rianimazione, non compiremo lo sforzo fisico e mentale di fare avanti e indietro dall’ospedale a tutte le ore del giorno, né potremo offrire fisicamente una spalla su cui piangere. Certo è che nessuno vuole prendersi “meriti”  per azioni che non sono state compiute, né gareggiare a chi sta più male. Ma ciò è ben diverso dal non soffrire affatto: passare la notte in bianco nel tentativo di rimandare quanto più possibile il risveglio senza quella persona cara è qualcosa che facciamo anche noi, insieme a tutti quegli altri “rituali” spiacevoli tipici di questo genere di circostanze. Tutto ciò che chiediamo è che i nostri sentimenti siano trattati con rispetto: non abbiamo bisogno che tu, parente di milionesimo grado, ci faccia il riassunto degli sforzi che nostro fratello ha compiuto durante il coma di nostra madre, come se venissimo da Marte o avessimo vissuto in un bunker senza contatti con il mondo esterno.
    > “[Persona X] è stata grandissima durante quel periodo” – senza ombra di dubbio, ma grazie mille per avermene parlato come se io invece non me ne sia interessata per nulla. Davvero, non capisco quale sia l’intento di commenti del genere: se l’obiettivo è elogiare qualcuno, allora sarebbe meglio parlarne direttamente con la persona in questione, perché invece raccontarlo a me, che per forza di cose non potevo essere fisicamente presente (lavoro? Numero limitato di permessi? Qualcuno ne ha mai sentito parlare?), ha la subdola implicazione di un’assenza voluta nel momento del bisogno, cosa che non potrebbe essere più lontana dalla realtà. Se poi questo dovesse essere il messaggio principale… Be’, non basterebbe il resto della mia vita per trovare un modo sufficientemente esaustivo per mandarvi a quel paese.

Mi fermo qui. Aggiungereste o modifichereste qualcosa?

Alla ricerca del Natale svedese

Cover photo credits: Kerstin Berg

L’anno scorso non sono riuscita a passare il Natale in Svezia.

Avevo appena iniziato a lavorare e, di conseguenza, avevo a disposizione pochissimi giorni di vacanza che ho utilizzato in quelli che qui chiamano mellandagar, ovvero “giorni di mezzo” (alle festività segnate in rosso sul calendario, s’intende). Dopo aver prenotato un biglietto costosissimo, ho passato Vigilia, Natale e Santo Stefano con i miei parenti, per poi far ritorno a Stoccolma poco prima di Capodanno.

Ne è valsa la pena? Certamente.
Vedere la mia famiglia, specialmente i parenti più anziani che per forza di cose non possono usare Internet per sentirmi, è sempre una motivazione più che valida.

Si potrebbe migliorare qualcosa? Assolutamente sì.
Per quanto bello e importante sia vedere i parenti, bisogna ammettere che sarebbe un tantino più soddisfacente spendere meno e soggiornare qualche giorno in più. Per questi ed altri motivi, quest’anno ho deciso di far visita ai parenti italiani la prima settimana di Dicembre e trascorrere la settimana di Natale qui a Stoccolma.

In un certo senso, è come se passare le festività in Italia mi abbia impedito di avere un’esperienza “di prima mano” delle tradizioni natalizie svedesi. Per carità: molti degli eventi collegati al Natale non hanno luogo a ridosso del 25 Dicembre, quindi l’Italia c’entra relativamente. Però…
Fatto sta che un giorno mi sono svegliata e mi sono resa conto di non sapere nulla, e ripeto, nulla di come si trascorra il Natale a Stoccolma. Tutti ne parlano, ripetendo le solite tre cose messe in croce (ovvero: Lucia, julbord e Kalle Anka), ma sentir parlare di qualcosa non è lo stesso che averla vissuta. E l’anno scorso ero troppo distratta dal lavoro e dai miei millemila impegni per prendere fiato e rendermi conto di quanto effettivamente mi stessi perdendo.

Quindi quest’anno ho deciso di rimediare. All’inizio di Novembre ho promesso solennemente a me stessa che avrei preso parte a quanti più eventi natalizi possibili e che avrei cercato di “calarmi quanto più possibile nella parte”, cucinando e decorando tutto ciò che è tipico del periodo.

Ecco le mie gesta finora:

  • il 3 Novembre ho partecipato al Ljusfest (“Festival della Luce”) tenutosi a Hagaparken (un gigantesco parco nella parte nord di Stoccolma). Faceva freddo, c’era buio (sembra un controsenso, ma è proprio quella la ragione principale per cui si tiene il festival) e a dire il vero è stato molto meno sbalorditivo e mistico di quanto il nome possa suggerire. Certo, è possibile che la riva scelta da me e il mio sambo non fosse la più movimentata, dato che il parco si estende intorno a un lago (Brunnsviken) e che eventi di varia natura hanno avuto luogo lungo il suo intero perimetro. In sostanza, però, è stato comunque piuttosto caratteristico: dato che Novembre è il mese più tetro dell’anno, l’idea sarebbe quella di ricordare che la luce tornerà, che il sole splenderà ancora, e altre cose vagamente spirituali che, tra l’altro, sono alla base di “rituali” esteticamente molto gradevoli da vedere. Uno di questi è il cosiddetto fackeltåg, ovvero una processione in marcia su un sentiero illuminato esclusivamente da candele poste ai suoi lati. Tutti i partecipanti, a loro volta, portano con sé una torcia accesa per create ancora più luce. I bambini usano per lo più di lanterne elettriche, ma gli adulti sventolano allegramente torce infuocate. Non so quanto sicuro tutto ciò sia, dal momento che ho visto alcune torce mancare i capelli di varie persone per puro caso, ma evidentemente non devono esserci stati incidenti finora (altrimenti immagino ci sarebbe un minimo di protezione in più).

    Fackeltåg, Ljusfest 2019
    Fackeltåg al Ljusfest 2019. Credits: Lars Epstein

    Al medesimo festival ho anche assistito all’esibizione di un artista che ha eseguito vari numeri di giocoleria utilizzando torce accese ed altri strumenti infuocati.

    Esibizione al Ljusfest 2019. Credits: Lars Epstein
    Esibizione al Ljusfest 2019. Credits: Lars Epstein
  • il 16 Novembre ho trascinato il mio sambo all’evento ufficiale organizzato dalla città di Stoccolma per l’accensione delle luminarie natalizie a Kungsträdgården.
    Ma come, luci natalizie a Novembre?!
    …Già, quello che mi sono chiesta anch’io. Ma, come già detto, il mio compito quest’anno è vivere il Natale svedese così com’è, senza sollevare questioni o giudicare alcunché. E se questo implica dover cantare “Feliz Navidad” in piazza più di un mese prima della data effettiva, così sia.

    Maxischermo con il testo di "Feliz Navidad"
    La mia foto sfocatissima a riprova del fatto che non mi sto inventando nulla.

    L’evento è stato veramente piacevole. Molto affollato, ma con sufficienti possibilità di riuscire comunque a vedere qualcosa anche per i più lontani. Su un palco, si è esibito il coro natalizio Happy Voices intermezzato da diversi presentatori (il tutto in Svedese. Ringrazio di cuore i miei tre corsi di lingua di quest’anno per avermi permesso di seguire senza troppe difficoltà). Nell’area antistante al palco si trovavano anche diversi stand per l’acquisto di cibo e altre chincaglierie.
    Al momento debito, un milione di luci a LED è stato acceso e il presentatore di turno ha annunciato l’inizio ufficiale del Natale a Stoccolma (Stockholmsjul). Per chi fosse interessat*, è possibile informarsi su tutti gli eventi relativi a Stockholmsjul sull’apposito sito. Pare che ci tengano particolarmente all’uso dell’hashtag, quindi: #stockholmsjul.

    Luminarie natalizie a Stoccolma
    Luminarie natalizie a Stoccolma

Per il resto, ho diversi eventi futuri sulla mia lista:

  • Una serata natalizia a Rosendal (Djurgården) domani;
  • Visite ai mercatini natalizi nelle prossime settimane;
  • Alzarmi presto per vedere la processione di Santa Lucia (l’evento qui è conosciuto generalmente solo come “Lucia”) il 13 Dicembre;

E, dovesse esserci altro, non esiterò ad unirmi ai festeggiamenti.

Stoccolma e l’autunno

È Ottobre, le temperature non salgono oltre gli 11°C, e nelle seguenti parole riverso quanto di più sincero abbia nel cuore: io amo l’autunno qui a Stoccolma.

Provate a chiedere agli Svedesi, agli Italiani in Svezia, o ai residenti di qualsivoglia nazionalità: diranno tutti che non vale la pena visitare la Svezia in un periodo del genere.

Perché mai in autunno, quando si potrebbe venire a Luglio e indulgere in passeggiate nei boschi e picnic all’aria aperta? E perché non in inverno, semmai, e lasciarsi travolgere dalla bellezza mozzafiato dei panorami imbiancati e dalla magica atmosfera natalizia?

Chiunque sia residente a Stoccolma

Tutte motivazioni legittime, senza ombra di dubbio.

Però, però, però.

Nessun’altra stagione tinge Stoccolma di rosso, giallo e arancione quanto l’autunno. E se da un lato bisogna ammettere che è il grigio a farla da padrone in cielo, bisogna comunque riconoscere che nelle giornate di sole (che sono più di quante ci si possa aspettare) andare in giro per parchi e boschi è semplicemente incantevole.

Tra l’altro, trovo che visitare Stoccolma in autunno restituisca un’impressione della città di gran lunga più autentica rispetto a quanto possa farlo una visita in pieno Luglio. E, volendo spingermi ancor più in là, direi che il ritratto autunnale è persino più “realistico” di quello innevato. Dopotutto, non c’è nessuna garanzia che una o l’altra di queste condizioni atmosferiche (pieno sole da un lato e neve in pompa magna dall’altro) si manifestino davvero nei periodi in cui ci si aspetterebbe di trovarle. Nulla impedisce alle estati di rimaner fresche e per lo più nuvolose, e scommettere su un bianco Natale è persino più rischioso.

Detto ciò, non c’è assolutamente nulla di sbagliato nell’innamorarsi di Stoccolma ad Agosto o a Febbraio. Dopotutto, sono periodi molto caratteristici e costituiscono parte importante della “ciclicità” della capitale. Anche l’autunno ha le sue gemme nascoste, però.

I tappeti di foglie sui sentieri, ad esempio:

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O le bacche di tutti i colori che adornano i cespugli:

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Questo, ad esempio, è un cespuglio di sinforicarpo, il cui nome svedese è snöbär, ovvero “bacche della neve”.

cespuglio di cinorrodo
Questi, invece, sono cinorrodi, qui meglio conosciuti come nypon. Si trovano praticamente ovunque.

O le apparizioni improvvise di funghi:

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E altri dettagli carinissimi:

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Insomma, secondo me ne vale assolutamente la pena!

Hur är det med mig?

Come da sempre risaputo, il tempo vola quando ci si diverte.
A dirla tutta, il tempo vola anche quando si ha un lavoro a tempo pieno e una capacità di conservare energia e motivazione fino alla fine della giornata pari a zero. Neanche a dirlo, nel mio caso si tratta per lo più della seconda.

E dunque, dato che è passato ormai quasi un anno dal fatidico trasferimento (sembra incredibile, lo so), poniamoci le solite domande di rito: come va? Come procede la mia vita qui in Svezia? Cosa ho fatto durante tutti questi mesi in cui non ho scritto neanche una riga?

Iniziamo col dire che, generalmente parlando, le cose procedono abbastanza bene. Non per ricalcare certi stereotipi, ma direi che è tutto abbastanza lagom: nulla di eccezionale e nulla di estremamente terribile, ma di tutto un po’.
Per fare un veloce riassunto degli eventi principali: durante i primi tre mesi di permanenza ho studiato per lavorare nel settore IT (periodo folle e stracolmo di stress), dopodiché ho firmato un contratto della durata di un anno presso un’azienda che ha i suoi uffici a Solna. A partire da quel momento, le mie giornate si sono svolte più o meno così (con qualche variazione di tanto in tanto, ma giusto per dare un’idea): sveglia alle sette, seconda sveglia alle sette e un quarto, toeletta mattutina e combo bus + pendeltåg per catapultarmi a Solna alle 8:40 circa; lavoro ininterrotto per circa otto ore, pendeltåg + bus fino a casa, commissioni varie (ad esempio spesa o roba da ritirare alla posta), preparazione della cena e faccende varie, sonnolenza inarrestabile e conseguente crollo sul letto, per poi ricominciare tutto da capo.

Come già detto, nulla di fantsmagorico, quanto piuttosto la monotona vita di una persona come un’altra. Cos’altro ho fatto che possa essere considerato degno di nota?
Ho ricevuto il personnummer, cosa che mi ha aperto le porte a decine di funzionalità utilissime (nella mia top 3: conto in banca svedese, Mobilt Bank-ID e il meraviglioso Swish), mi sono iscritta all’AIRE, ho ricevuto la carta d’identità svedese, ho fatto richiesta per iscrivermi a Försäkringskassan (che sarebbe l’equivalente svedese dell’INPS), e, recentissimamente, mi sono unita alla lunghissima coda per l’affitto di un appartamento a Stoccolma (sistema unico e molto particolare, magari scriverò un post al riguardo se mai l’argomento dovesse diventare rilevante). Al momento vivo ancora con il mio sambo presso l’appartamento di sua proprietà e non ho bisogno di andare a vivere altrove, ma dato che la prudenza non è mai troppa e trovare anche solo uno scantinato in affitto a Stoccolma è un’impresa titanica, direi che vale comunque la pena mettersi in coda (soprattutto considerando che costa solo 200 corone all’anno, ovvero poco meno di 20€).

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Lingua: quanto Svedese parlo dopo undici mesi dal mio arrivo? Talar jag svenska flytande än? 
Sicuramente molto più di prima. All’inizio pensavo di buttarmi sui corsi statali gratuiti (SFI), ma dopo l’arrivo di qualche stipendio e una volta comprovata la mia mancanza cronica di tempo (nonché le recensioni altalenanti su SFI), ho deciso che sarebbe stato meglio iscrivermi ai corsi serali di Folkuniversitetet. Ho iniziato da un livello B1 e mi sono trovata molto bene, quindi a Settembre cercherò di frequentare la seconda parte del corso per lo stesso livello (ce n’è anche una terza, ma magari ne riparliamo fra qualche altro mese e stipendio). Consiglio spassionato a tutti/e coloro che sono bloccati/e nel limbo del “Posso imparare da autodidatta, ho solo bisogno di un attimo libero”: quell’attimo non arriverà mai, quindi iscrivetevi a qualche tipo di corso, circolo, setta o quello che volete (basta che prendiate un qualche tipo di impegno) e amen. Fate un favore al vostro io futuro, il tempo scorre molto più velocemente di quanto possiate immaginare. Detto ciò, confermo che utilizzare Lagom lätt per coprire le basi (livelli A1-A2) da autodidatta è un ottimo investimento.

Varie ed eventuali personali: che altro è successo nella mia vita da expat?
Verso Febbraio scorso, nel bel mezzo della settimana lavorativa, ho perso un parente a me caro. Ho dovuto quindi prendere alla svelta tre giorni di vacanza e saltare sul primo volo disponibile il giorno seguente, indipendentemente da scali, costi, e tempi d’attesa. Col senno di poi, non mi è andata nemmeno tanto male, considerando che il costo del volo (prenotato il giorno prima) è stato comunque meno della metà di quanto ho speso per far visita alla mia famiglia nel periodo natalizio (vacanza prenotata con un mese e mezzo di anticipo!). So benissimo che questo non è altro che il primo di una lunga serie di eventi del genere, dato che, per forza di cose, situazioni come queste continueranno a ripetersi. La distanza in questi casi pesa davvero quanto un macigno, ma chiaramente non è nulla di inaspettato.

Durante le vacanze estive sono tornata per una settimana al paesello giù in Italia, portandomi dietro il mio sambo. Siamo miracolosamente riusciti a beccare l’unica settimana non afosa nell’intero mese di Luglio, cosa per cui sarò eternamente grata a chiunque gestisca il clima. Abbiamo per lo più cercato di visitare zone inesplorate della mia regione d’origine, ma senza troppe pretese (pranzo al sacco, borracce e scarpe comode l’hanno fatta da padrone). Per il resto, l’intera permanenza si potrebbe riassumere così: i miei genitori (che non spiccicano un’acca di Inglese) che cercano di offrire cibo al mio sambo, io che traduco l’offerta per la cinquantesima volta in un quarto d’ora, e il mio sambo che però ha già capito e cerca di declinare nel modo più gentile possibile. Insomma, una sempreverde rappresentazione dei rientri in patria con partner non Italiano.

Domani rientrerò in ufficio dalle vacanze estive (sigh), ma spero di poter continuare a fare altro nel tempo libero (principalmente lavorare sul mio Svedese e, perché no, scrivere qui un po’ più spesso).

Queste è il resoconto delle mie avventure fino a qui. Al prossimo aggiornamento!